Marras-Bertolini è il simbolo che ci ricollega al mito

Il corsivo di Mario Bocchio

Alessandria-Milan_26_01_2016 (64)

 

Mettiamola così, che sicuramente non sbagliamo: 20mila alessandrini sono come 250mila milanisti, per di più giocando in uno stadio che non è il nostro.
Ieri sera all’Olimpico di Torino, guardando gli spalti e soprattutto la mitica Curva Maratona, ci siamo veramente resi conto di cosa significhi essere fedeli ad una maglia da gioco unica, che per noi è la più bella al mondo.
Se fossimo tifosi del Milan – davanti alla prestazione offerta da Balotelli e compagni – dovremmo provare un pochino di vergogna. Ce lo siamo detti in tanti in tribuna-stampa, e anche Mihajlovic alla fine da dovuto ammettere la sua insoddisfazione per la prova offerta.
E non ci vengano a dire che i rossoneri non hanno giocato con la formazione-tipo. Certo, Bacca ad esempio è stato risparmiato in vista del derby, ma il Diavolo le sue belle occasioni le ha avute e le ha sprecate in maniera grossolana, e poi ha addirittura terminato la partita subendo il pressing asfissiante dell’Alessandria. Lo stesso Mihajlovic – tanto per rendere l’idea del timore provato – è stato ripreso dalle telecamere con un labiale che non ammette dubbi: “Adesso ce lo fanno”. Si riferiva al goal, naturalmente.

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Alla vigilia avevamo detto che era dovere di questo splendido gruppo crederci, perché in fondo non ci sarebbe stato nulla da perdere. Ebbene, dopo aver visto ieri sera i Grigi, il risultato ci sta stretto. L’1-0 è il frutto di un fallo da rigore di Morero – ingenuo e grossolano -, ma viziato da un precedente atterramento a centrocampo non fischiato a nostro favore. Il grande merito della squadra grigia è quello di tenere in bilico la qualificazione.
I Grigi erano tutti insieme a lottare aldilà dalla valenza tecnica. Tutti uniti, i giocatori, lo staff tecnico, la società: hanno dimostrato una grande responsabilità e un grande senso di squadra. Avevano determinazione nel voler fare qualcosa di straordinario.
Guardiamo pertanto con fiducia al ritorno a San Siro, dove veramente non ci sarà più nulla da perdere, ma solo da guadagnarci per continuare questa fantastica favola di calcio autentico.
Se dovessimo scegliere un simbolo della sfida Alessandria-Milan non abbiamo dubbi. E non avrebbe potuto essere così intriso della leggenda dell’Orso. Scegliamo Manuel Marras con la testa bendata. Dove l’umano non arriva, arriva il soprannaturale. C’è sembrato di rivedere quelle lontane Alessandrie in cui giocava Luigi Bertolini, soprannominato “testa fasciata”. La leggenda si convertì in un mito – quello della fronte avvolta in una bianca fascia, che fece infuriare gli inglesi a Highbury nel 1934 perché giudicata non formale e irriverente – che rimane scolpito nella memoria del popolo grigio quando è necessario contagiarsi reciprocamente rievocando lo spirito dei meravigliosi eroi del passato.
Marras-Bertolini è stato il simbolo dell’essenza grigia, nella notte in cui la grinta di undici giocatori di Lega Pro insieme ad un pubblico fantastico hanno finito per generare quel “miedo escenico” – la paura del palcoscenico – che in fondo ha finito per rendere mansueto, se non addirittura innocuo il Diavolo.
Marras-Bertolini non era solo tenacia e carattere. Calcisticamente ha avuto qualità speciali: tecnico, rapido e con un cambio di passo esplosivo. Un vincente che faceva impazzire la fascia facendoci ribollire il sangue dentro.
Parte di una sconfitta che è anche una vittoria, è dunque merito anche di quella benda che ci ricollega al mito.

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