Uno dei tipici esponenti della scuola piemontese di provincia

 

Giuseppe Gandini viene ricordato come un “tipico esponente della scuola piemontese di provincia che prima e dopo della Grande Guerra esprime un calcio grintoso, ruvido, molto concreto. […] Un combattente, sia pur con piedi discreti”. Nel corso della sua carriera rivestì diversi ruoli. Inizialmente, secondo Carlo Felice Chiesa, si affermò da attaccante interno per “notevoli doti fisiche e irruente agonismo”.

Figurine di tre protagonisti della Coppa Coni.

 

Quando fu spostato dall’allenatore dell’Alessandria Béla Révész sulla fascia sinistra nel 1923 e poi, dall’anno successivo, al ruolo di centrosostegno rivelò “il tocco nitido dell’attaccante e il piglio del grande trascinatore”.

Originario del sobborgo di Spinetta Marengo, iniziò a praticare il calcio nell’uliciana Liberi e Forti di Alessandria. In gioventù lavorò come operaio all’Ansaldo di San Pier d’Arena, per poi ritornare in Piemonte durante il servizio di leva e debuttare in massima serie con la Valenzana.

Giocò nell’Alessandria per oltre un decennio. Interrotta improvvisamente la carriera nel 1932 per un infortunio patito in allenamento, lasciò il mondo del calcio e divenne impresario edile.

Debuttò in Prima Divisione con la Valenzana nella stagione 1920-‘21; notato da Augusto Rangone, passò al termine di quel torneo all’Alessandria. Giocò la sua prima partita in maglia grigia il 2 ottobre 1921, a Casale Monferrato, nel derby Casale-Alessandria 0-0.

Il “Guerin Sportivo” del 2 maggio 1928. Le caricature dell’Orso Grigio e di alcuni giocatori alessandrini, tra i quali Gandini, tratteggiate dall’abile mano di Carlin.

 

Rimase tra i Grigi per undici stagioni, diventandone capitano e leader: in piena epoca fascista, veniva soprannominato dai tifosi “il Duce” per l’entusiasmo e il carisma che dimostrava in campo; titolare inamovibile per Carcano, che ricopriva il suo stesso ruolo da calciatore, rifiutò la richiesta dell’allenatore di seguirlo alla Juventus. Con i Grigi vinse la Coppa Coni del 1927 e sfiòrò la vittoria dello scudetto 1927-‘28; in merito alla sua esperienza da calciatore dichiarò: “Giocavo con passione, per me era un divertimento, tanto che non sentivo neppure la fatica”.

Il 6 dicembre 1931 disputò l’ultima gara della sua carriera, nuovamente a Casale; giovedì 10, durante la preparazione per l’imminente gara di campionato contro la Triestina, patì un infortunio ai legamenti del ginocchio, inizialmente catalogato come “leggera distorsione” e poi rivelatosi tanto grave da obbligarlo a chiudere la carriera. In un’intervista del 1989 commentò l’incidente, imputandolo al “freddo terribile” di quei giorni: “non è mai facile accettare un cambiamento radicale, anche se, in fondo, stavo già meditando di smettere perché, dopo dodici annate in A, anche giocare stava diventando pesante”. È ad oggi il sesto giocatore grigio per numero di presenze ufficiali. In Nazionale non conobbe particolari successi: perse cinque delle sei gare giocate in totale. Debuttò il 14 giugno 1925, al Mestalla di Valencia, nell’amichevole Spagna-Italia 1-0, schierato dal suo pigmalione Rangone nel ruolo di mediano sinistro.

L’ultima gara (Portogallo-Italia 4-1 del 1928) fu invece anche quella dell’esordio nello stesso ruolo che aveva all’epoca all’Alessandria, quello di centrosostegno, normalmente riservato al titolare Fulvio Bernardini.

Mario Bocchio

Sotto il titolo: intervista a Gandini pubblicata da “Il Piccolo” in data 18 marzo 1989, a cura di Mimma Caligaris.

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