Da Recoba ad Aguilera fino a Cavani e al Chino Sosa, l’asse Italia-Montevideo

 

In principio fu Fedullo. Poi Schiaffino, Ghiggia, il Principe Fracescoli, Fonseca, Recoba, Montero e altri campioni divenuti protagonisti in Serie A. Ma anche brocchi e presunti geni incompresi, come Perdomo, oppure onesti e grintosi professionisti come Cristian “Chino” Sosa: il filo diretto che unisce l’Italia all’Uruguay testimoniato non solo dal calcio: il patriota Giuseppe Garibaldi protagonista della Battaglia di Sant’Antonio, episodio centrale nella guerra civile uruguaiana.

“Gli uruguaiani hanno imparato a giocare a calcio dagli operai inglesi che hanno costruito la ferrovia” aveva detto Pepe Mujica (foto sopra), il presidente guerrigliero prima del match con i ragazzi di Hodgson. Si sa come è andata a finire. Il legame tra l’Italia e Montevideo è ancora più stretto, ombelicale. L’emigrazione italiana verso l’Uruguay risale al ‘500 e con il Paese sudamericano condividiamo persino un eroe: Giuseppe Garibaldi, protagonista della guerra civile. Quasi la metà degli abitanti del paese ha un cognome di origine italiana e l’intreccio non ha risparmiato il ovviamente nemmeno il calcio.

Tutto ebbe inizio negli anni ’30, quando gli stranieri si chiamavano oriundi. Francisco Fedullo fu il primo giocatore uruguaiano a tornare nella terra dei padri. Giocò per nove anni nel Bologna e il giorno di San Valentino del 1932 esordì con la maglia dell’Italia. Il suo migliore amico era Raffaele Sansone, compaesano e compagno in rossoblu e in azzurro.

Poi fu la volta di Roberto Porta e di Ricardo Faccio, di Mascheroni, Puricelli e Michele Andreolo, che diventò campione del mondo in Francia nel 1938. L’interprete più grande del genere, però, fu senza dubbio Juan Alberto Schiaffino (foto sotto). Per Gianni Brera fu il più grande regista di ogni tempo e lo dimostrò con le maglie di Milan e Roma.https://www.museogrigio.it/wp/wp-admin/post.php?post=14304&action=edit

Per via di un nonno genovese giocò quattro partite non indimenticabili in azzurro. In Uruguay Pepe è una leggenda perché faceva parte della spedizione che nel 1950 piegò i padroni di casa del Brasile nel Maracanazo. Il gol decisivo quel giorno a Rio lo segnò Alcides Ghiggia, che a sua volta vestì l’azzurro sul finire degli anni ’50 e che fu capitano romanista. Finito il periodo degli oriundi il flusso dei calciatori uruguaiani subì uno stop con la chiusura delle frontiere del nostro calcio e riprese verso gli anni ’80, fino alla recente esplosione con il calcio globalizzato e la sentenza Bosman.

Se non tutti ricordano Jorge Caraballo, che vestì il nerazzurro del Pisa tra il 1982 e il 1983, nessuno può dimenticare gli striscioni “Come? Cosa? Ruben Sosa” dedicati al folletto di Montevideo che giocò nella Lazio e nell’Inter tra il 1988 e il 1995. Con 84 reti in Italia è stato a lungo l’uruguaiano più prolifico da queste parti, prima che Edinson Cavani si trasformasse in una macchina da gol sotto il Vesuvio. Prima di Sosa era toccato a Waldemar Victorino con il Cagliari. Furono di altro spessore le prestazioni in terra sarda di Josè Herrera, che compose un trio di prestigio con Daniel Fonseca e Enzo Francescoli (foto sotto).

Il primo in Italia ci rimase una vita e fece una valanga di gol tra Napoli, Roma e Torino. Ora fa il procuratore e molti dei trasferimenti dal campionato uruguaiano al nostro sono dovuti al suo lavoro. Il Principe Francescoli fu un giocatore sontuoso, il più grande di tutti. Milito ha ereditato il soprannome da lui per questioni di somiglianza, Enzo Zidane il nome per via dell’amore paterno per il talento di Montevideo. Ruben Paz, invece, non riuscì a far brillare tutto il suo talento con il Genoa del professor Scoglio del 1990. Anche lui era sbarcato assieme a due connazionali provenienti dal Peñarol, Con lui c’era Pato Aguilera, famoso per i colpi ad effetto e per i suoi 162 centimetri e Josè Perdomo, che in Liguria fece la figura del talento incompreso e meritò l’immortalità nell’aforisma di Boskov: “Lui potere giocare a calcio solo in parco di mia villa con mio cane”. In epoche più recenti l’invasione celeste non si è mai interrotta.

Impossibile non citare il brutale difensore juventino Montero e El Panteron Zalayeta, mentre in provincia hanno altri miti. A Vicenza l’asse Mendez-Otero ricorda i fasti degli anni ’90, a Lecce Chevanton e Giacomazzi sono due bandiere per le tante battaglie in ogni categoria. Nella lista non può mancare Diego Lopez, per 12 anni con la maglia del Cagliari fino ad assumerne la panchina. In Sardegna allenò anche l’attuale ct dell’Uruguay Oscar Washington Tabarez, che diresse senza gloria anche il Milan. A sua disposizione tanti giocatori che da noi sono cresciuti o transitati come Pereira, oppure Muslera, Forlan, Ramirez e soprattutto Cavani. No, non abbiamo dimenticato Alvaro Recoba (foto sotto). Fece perdere la testa a Moratti e si guadagnò anni di stipendio da fenomeno, anche se le sue prestazioni non furono mai all’altezza. Con tutta la passione per il Chino faremmo volentieri a cambio tra lui e Suarez.

Ad Alessandria invece, abbiamo conosciuto un altro Chino, Cristian Sosa (foto sotto).

Ci ha fatto conoscere da vicino la garra charrua. Carattere uruguagio. Una delle caratteristiche degli uruguaiani è proprio questa, l’ostinazione. Non mollano mai, nemmeno quando l’impresa sembra impossibile. Ma il fatto è che nella storia dell’Uruguay si trovano una miriade di personaggi cocciuti, caparbi, che non si danno per vinti. Uno è José Gervasio Artigas. Nel 1813, dopo che l’Argentina firma un patto di amnistia, con un manipolo di uomini porta avanti la guerra di indipendenza dello stato sudamericano contro l’impero spagnolo, e infatti viene considerato il vero artefice dell’indipendenza dell’Uruguay.

È colpa di quei cromosomi testardi, se sono nati i grandi condottieri, i grandi campioni. Il 16 luglio del 1950, a Rio de Janeiro – come detto – la Nazionale di Lopez Fontana affronta il Brasile nella finale di Coppa del Mondo. I brasiliani giocano in casa, credono di aver già vinto. Ma un gol di Schiaffino e un altro di Ghiggia ribaltano il risultato e annullano quello di Friaca. Passerà alla storia come “Maracanazo”, come qualcosa di inatteso, inaspettato. Jules Rimet, il presidente della federazione internazionale, dice: “Era tutto previsto, tranne il trionfo dell’Uruguay”.

In Uruguaycrescono tutti cullati da quel mito. Anche il nostro Sosa. E quando incomincia a giocare nel Defensor, non smettono mai di raccontarglielo, di dirgli che tutto si può fare, si può realizzare, che tutto è possibile. Così quando arriva in Italia, Cristian è pronto.

Nello scorso campionato, quello della sciagurata perdita di una Serie B che sembrava più che scontata, qualcosa si rompe. È il caos. I tifosi accusano anche Sosa di averli traditi.

Lui è il capitano che difende sempre e comunque il gruppo, oltre ad essere il senatore dello spogliatoio.

È praticamente obbligato a cambiare maglia, si trasferisce pertanto al Modena (foto sopra). Ma dentro di lui – come ci ha confessato – arde un fuoco che lo tormenterà sino a quando non potrà chiarire l’argomento fino in fondo.

Mario Bocchio

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