Petricone e quella ferita ancora aperta

domenica, 09 Gennaio 2022

Petricone (1)Petricone in maglia grigia.

Chi si ricorda ancora di Roberto Petricone? Anche lui è entrato a far parte di coloro che hanno calpestato la gloriosa erba del “Moccagatta”.
Lo ha fatto in anni difficili, avari di gloria e di riconoscenza, ma lui ha la coscienza a posto e sa di aver fatto con serietà il proprio dovere. D’altronde non è mai facile indossare la maglia grigia. Ci vuole prima di tutto rispetto, poi tanto sacrificio.
Romano classe 1966, è cresciuto nelle giovanili laziali e, tanto per rinverdire la storia grigia degli anni Settanta, anche lui ha fatto il salto dal Cupolone tinto di biancazzurro alla sponda alessandrina del Tanaro.

Petricone (10)

Con la Lazio.

Ruolo attaccante, deve molto alla scuola laziale: “In particolare ad allenatori di spessore come l’argentino Juan Carlos Morrone, che mi hanno fatto da subito capire che cosa significasse voler fare davvero il calciatore. Il mio esordio in serie A? In panchina, Lazio-Sampdoria 0-3 del 21 aprile 1985. Fu un’annata drammatica, che coincise con la retrocessione, nonostante D’Amico, Giordano e Laudrup. Presidente era Chinaglia e ci fu un vero e proprio valzer di allenatori: prima Carosi, poi Juan Carlos Lorenzo, quindi Oddi e infine Bob Lovati.

Petricone (12)Con la Rondinella.

Dalla Lazio, Petricone fu mandato a farsi le ossa in serie C, precisamente a Firenze con la Rondinella, dove era in precedenza era andato anche l’ex compagno laziale Antonio Piconi.
“Ci allenava Paolo Ferrario, poi venne esonerato e arrivò Claudio Merlo e ricordo che il nostro portiere era Sebastiano Rossi, sì, proprio lui, quello del Milan e del record assoluto di imbattibilità per partite di campionato, con 929 minuti”.

Petricone

L’Alessandria nel campionato 1986-’87. In piedi da sinistra: Panizza, Marmaglio, Manueli, Beccari, Lorenzo, Piconi. Accosciati: Petricone, Briata, Vitaloni, Cecotti e Mocellin.

– Cosa ricordi della tua esperienza ad Alessandria?

Petricone fa fatica a non manifestare la sua cadenza romana.

“Ho giocato solo un campionato, quello 1986-’87 e feci il mio esordio in maglia grigia al ‘Moccagatta’ in occasione della nostra vittoria sul Sorso per 2-0. Andammo in vantaggio con Manueli e poi segnai io. Fu quindi un debutto da ricordare”.

Quella di Petricone in grigio – dove ritrovò il compagno Piconi – fu però tra le stagioni più tristi di tutta la storia calcistica alessandrina.

“Non so e non spetta a me dire se il presidente Bertoneri volesse fare fallire il calcio ad Alessandria, ma la situazione era veramente delle peggiori. Eravamo un gruppo di ragazzini guidati da giocatori di esperienza quali lo stesso Manueli e Mocellin. I risultati furono inevitabilmente modesti”.

Petricone, amarcord grigio

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Basti pensare che in dodici partite la squadra segnò la miseria di tre gol ottenendo solo otto punti. Un gruppo di imprenditori locali diede poi vita alla Finalcalcio, una finanziaria che guidata dal re dei caschi Gino Amisano a febbraio, dopo estenuanti trattative riuscì a acquisire la società.

“La stagione, dal punto di vista calcistico era però ampiamente compromessa: Ferretti venne sostituito da Colombo ma noi eravamo sempre nelle zone basse della classifica. Vennero poi alcuni risultati positivi con una sola sconfitta in undici giornate, e ad un certo punto ci parve che avremmo potuto fare il miracolo in extremis, ma un madornale errore tecnico con lo schieramento di un calciatore squalificato e la sconfitta interna ad opera della capolista Torres ci condannò all’Interregionale”.

Alla fine, Petricone mise insieme 23 gettoni di presenza e andò in gol 7 volte.

“Il mio ricordo di Alessandria è però macchiato proprio da quell’ultima partita casalinga con la Torres di Zola. I sardi vinsero 1-0 con gol di Piga e io restai per tutta la gara in panchina. Al fischio finale, che decretò la retrocessione dei Grigi, lo stadio esplose, la gente era imbufalita e fece di tutta un’erba un fascio. Già rientrando negli spogliatoi sentivo che tiravano calci e pugni contro la recinzione, poi ci fu un vero e proprio assedio allo spogliatoio e io dovetti uscire da una porta secondaria con un mio amico che si incaricò di andare poi a prendere la mia auto. La cosa che mi fa ancora oggi star male furono gli insulti, ma noi – credetemi -, avevamo fatto tutto quello che potevamo e la crisi societaria non era dipesa certamente dai giocatori”.

Leonzio

In un “undici” dell’Atletico Leonzio.

Dopo Alessandria, per Petricone vennero le esperienze a Roma con la Lodigiani e in Sicilia. Dopo una lunga trattativa a Lentini all’Atletico Leonzio arrivò un nuovo presidente, ex dirigente del Catania, Franco Proto. Era l’unico presidente che aveva quello di cui c’era bisogno, i soldi. Ma non tutto era risolto, infatti la società ebbe un dubbio comportamento, e circolavano delle voci di un possibile trasferimento della squadra a Catania, indiscrezioni che in seguito si dimostrarono vere. Andarono via molti giocatori, come Pascarella, Basile, Sinopoli, Cantone, Iuculano, Pecoraro e Arena; per lasciare il posto al portiere Latella, Galfano, Grande, Regina, Picone, Petricone, Festa e altri.

Petricone oggi

Roberto Petricone oggi.

“La delusione per il trattamento ricevuto al ‘Moccagatta’ venne sostituita dall’emozione che seppe trasmettermi lo stadio di Lentini. A Catania è poi avvenuta la svolta decisiva per la mia vita. Avevo capito che bisognava guardare oltre il calcio e venne l’occasione di arruolarmi nella Polizia Penitenziaria, anche se ho poi giocato ancora nel Valmontone e nel Ladispioli in Interregionale”.

Al di là di esperienze in panchina, come nel caso degli Allievi del Tor Sapienza, oggi Petricone è dipendente del Ministero della Giustizia a Roma. Ma in fondo porta sempre dentro l’amarezza per quegli insulti ricevuti ad Alessandria.

Mario Bocchio

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