
Attaccante formidabile, allenatore guida: uomo simbolo di un popolo. Cristiano Lucarelli non è mai stato banale, in ogni sua esperienza. Sull’altare della “Crocetta”, chiesa San Ferdinando, a Livorno, svetta fiera la celebre scultura degli “Schiavi liberati”: un sunto di sofferenza, pietà e sollievo scolpito sul chiaroscuro del marmo e raffigurante tre soggetti, un angelo e due schiavi, in pose diverse. Il primo da destra, incredulo, solleva le braccia, porgendo i polsi insicuri per la liberazione. Il secondo, al centro, prega intrecciando le dita e volgendo lo sguardo all’angelo.
Questo, con pietosa, ma rassicurante indifferenza, li guarda: con una mano tiene le catene, con l’altra indica il cielo. Una sorta di provvidenza divina. La distanza che separa la visione di Giovanni Baratta, scultore carrarese del Settecento, dalla missione calcistica di Cristiano Lucarelli è più labile di quel che si pensi. In fondo, sta tutto nel nome: “Cristiano”, appunto, come il messaggio che da anni ripropone sul campo, facendosi carico delle ambizioni, delle ansie e persino delle lotte delle piazze che lo hanno adottato come guida e come capopopolo. Come sergente e come fratello. Un po’ padre, un po’ angelo, verso la liberazione.