Beppe Accardi: “Sfidai Trapattoni”

martedì, 14 Settembre 2021

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Giuseppe Accardi è come lo vedi. Schietto, anche troppo. Senza peli sulla lingua e sempre con la battuta pronta. E una parola per tutti. Da calciatore ha sfidato Trapattoni. “O gioco o me ne vado”, “bene, quella è la porta…” e via, l’occasione della vita è persa. Ma non c’è mai tempo per avere rimpianti, perché il mondo va avanti. E i treni ripassano. Oggi Beppe Accardi, palermitano di nascita ma cittadino del mondo, è un agente Fifa in rampa di lancio, ha conquistato rispetto, stima e simpatia da parte di tutti gli addetti ai lavori. Tutto guadagnato sul campo. E le origini non si dimenticano, “Il mio quartiere, la Madonna di tutto il mondo”.

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Beppe Accardi calciatore, come inizia?

“Ho iniziato a giocare nella scuola calcio più prestigiosa di Palermo: l’Ac Bacigalupo, con Marcello Dell’Utri presidente e Mormile allenatore. La struttura della società era eccezionale, organizzata, all’avanguardia. Ho fatto in tempo ad inaugurare il nuovo campo, dove adesso sorge il Velodromo, e poi a fine anni ’70 sono andato all’Amat, da dove siamo venuti fuori io, Totò Schillaci, Massimo Taibi, Carmelo Mancuso, Tommaso Napoli e c’erano giocatori che a livello qualitativo erano ancora più forti. Quella scuola era basata sulla passione di tutti i genitori e i ragazzini. E come dimenticare la nostra guida, Mario Falanga, quello che ci ha dato i principi basilari delle regole, del rispetto. Il premio settimanale sapete qual’era? Chi si comportava meglio andava a fare il raccattapalle. I nostri idoli in quell’epoca non erano i giocatori di serie A, ma i giocatori più grandi dell’Amat, che giocavano in serie D e il mio idolo non era il Facchetti di turno, ma Giuseppe Adelfio, da lui studiavo tutto. Di quella scuola calcio ricordo tutto, la nostra fortuna sono stati i genitori, che avevano passione e credevano in noi, senza mettersi in mezzo più di tanto. E dopo l’Amat, per me, il Bologna…”.

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Come arrivò al Bologna?

“Fui visto da Romano Fogli, che all’epoca era l’allenatore della Primavera del Bologna. Mi chiamò per fare un provino, poi l’anno dopo feci un provino con il Bologna e lì nacque la mia carriera calcistica. In quel momento il settore giovanile del Bologna era molto forte, c’erano Mancini, Marocchi…tutti giocatori che hanno fatto la storia del calcio italiano. Il secondo anno poi, fui operato di peritonite. E il Bologna credendo che facessi fatica a recuperare mi mandò in Interregionale, alla Mirandolese. All’epoca non c’erano i prestiti tra squadre professionistiche e serie inferiori. Ma alla Mirandolese cominciò il mio percorso, conobbi anche mia moglie. Giocai bene, feci una stagione positiva e andai a finire al Ravenna con Rino Foschi direttore. Rimasi due anni al Ravenna e nell’anno della retrocessione in Interregionale Foschi mi fece quasi da procuratore, perché mi portò all’Olbia in C2: il mio primo trampolino di lancio, poi infatti mi prese la Cavese dove giocai un anno a livelli eccezionali. La società trovò anche un accordo con l’Avellino e mentre stavano mettendo a posto le pratiche, il presidente del club irpino, Graziano, fu arrestato. Saltò tutto. Intanto con la Cavese non avevo il contratto, ma ero vincolato alla società. Non accettai alcun rinnovo, in attesa di essere ceduto. La sera me ne andavo in discoteca, non avevo la testa per restare lì. La Cavese poi, doveva giocare la partita di Coppa Italia contro l’Inter: la notte ero rientrato alle 4, di pomeriggio mi chiamò il presidente, Don Guerino Amato, e mi disse: «firma il contratto e ti do la mia parola d’onore che prima della fine della Coppa Italia ti vendo». Su di me c’era l’Udinese”.

La partita contro l’Inter fu un’occasione importante. Da lì, a sorpresa, il passaggio in nerazzurro…

“Giocai talmente bene che tutti i giornali, il giorno dopo, scrissero «L’Inter compra chi la fa tremare». Ma nessuno avrebbe mai immaginato che questo fosse vero. Andai a Milano con il presidente Amato, ma pensavo di andare a firmare per l’Udinese… il presidente a Linate mi diede cinquemila lire dicendomi «vatti a levare la barba», gli chiesi «presidente, ma in aeroporto? » ed effettivamente in aeroporto c’era un barbiere. Mandò il segretario della Cavese all’Hotel Gallia per incontrare l’Udinese, noi invece prendemmo un taxi direzione Foro Buona parte. E sul taxi mi chiese «Beppe, lo sai dove stiamo andando?», io non sapevo che lì ci fosse la sede dell’Inter e risposi «a vedere la statua di Napoleone?». «No – mi rispose il presidente – stiamo andando all’Inter, ma tu devi dire che non ci vuoi andare perché l’Udinese mi dà più soldi». Figuriamoci… Arrivato in sede ad un certo punto si apre la sala delle coppe, entrai nell’ufficio del ds Beltrami, presi la penna e chiesi «Dove devo firmare?», senza sapere quanti soldi avrei preso e di quanti anni sarebbe stato il mio contratto. Impossibile dire di no all’Inter, avevo realizzato un sogno. Tutti da bambini abbiamo delle ambizioni. E se ti ritrovi dalla periferia di Palermo all’Inter… come fai a rifiutare? Poi io sono tifoso interista, come mio padre, che avevo perso un anno prima. Si avverava un sogno, per me e per mio papà che non c’era più. Il mio grande problema, subito dopo la firma, era telefonare a mia moglie e mia madre per dire che avevo firmato per l’Inter senza farmi ridere dietro…”.accardi2

Come andò la telefonata?

“Andai con Pellegrini a vedere la partita di Coppa Italia Bologna-Inter, il presidente lì mi avrebbe presentato a stampa e squadra. In macchina aveva il telefono, che mi mise a disposizione per telefonare a qualcuno per avvisare del mio trasferimento all’Inter. La prima telefonata la feci a mia moglie, la sua risposta fu «Ma la smetti di fare sempre scherzi? Ma va a quel paese», il grande problema fu convincerla che effettivamente mi aveva preso l’Inter, ero in macchina con il presidente e non potevo certo esternare… così le dissi di venire alla partita a Bologna. La telefonata più tragicomica invece, fu quella a mia madre: a lei del calcio non è mai importato nulla ma sapeva che mio padre tifava Inter. Dicendole che ero diventato un giocatore nerazzurro c’e ra il rischio che le venisse un infarto. E un anno prima avevo perso mio papà proprio per un infarto. Ero abituato a fare gli scherzi telefonici, già immaginavo che dicendole «Mi ha comprato l’Inter» scoppiasse a ridere. La prima cosa che le dissi, al telefono, fu «Siediti». E lei «È successo qualcosa?», mia madre è una di quelle donne che quando chiami devi stare attento a quello che succede. La mia risposta fu «No mamma, non ti preoccupare. Mi ha comprato l’Inter…». Mi rispose «Ma scherzi sempre? Smettila…». «Mamma, guarda che mi ha comprato l’Inter, davvero». Ci misi cinque minuti a convincerla, poi presa dall’emozione cominciò a piangere: il mio passaggio all’Inter la fece tornare indietro di qualche anno, vista la fede nerazzurra di mio padre. Poi cominciò la festa. Intanto a Bologna incontrai Soncini, il mio ex allenatore rossoblu’. Quando arrivammo mi sentivo come uno che con l’Inter non c’entrava niente, poi ero anche timido. E il mio problema era giustificare a quelli del Bologna la mia presenza. In sala Vip arrivò Sancini, mi chiese cosa ci facessi lì e in modo timido risposi «Mi ha comprato l’Inter», lui replicò dicendomi: «Ma smettila, non dire cavolate». Poi si girò Pellegrini e mi presentò come il nuovo acquisto dell’Inter. Una grande soddisfazione. Perché un po’ con il Bologna ce l’avevo, visto che dopo la peritonite mi mandarono a giocare in Interregionale. Ma a Soncini resto legato, perché in carriera mi ha insegnato tanto”. All’Inter però non timbrò mai il cartellino: zero presenze. “E tanti riscaldamenti! Ma per non aspettare ebbi la stupidità di sfidare Trapattoni dicendogli «O gioco o me ne vado»” Cosa le rispose il Trap? «Te ne puoi andare…». Il mio rimpianto più grande. Ma in quel momento non ero pronto, giocare all’Inter o in piazza era uguale… gli errori li cominciai a capire quando dal paradiso mi stavo ritrovando all’inferno. Infatti oggi, ai miei giocatori, cerco sempre di fargli capire che bisogna sapere aspettare il proprio momento”.accardi4

Dopo l’addio all’Inter?

“Andai al Campobasso in prestito, come allenatore c’era Tord Grip, un riferimento di Eriksson. L’Inter mi mandò lì in prestito, perché voleva seguire il mio percorso professionale. Quell’anno retrocedemmo ai rigori, sarei dovuto restare all’Inter. Ma ci fu l’avvento di Casillo nel calcio, al Foggia. Fece di tutto per comprarmi dall’Inter, inizialmente rifiutai. Poi ad un certo punto mi sembrava poco cortese dire di no al direttore Pavone e così sparai una cifra talmente alta che pensai «Si tirano indietro… ». E invece il Foggia senza neanche parlare mi accontentò, paradossalmente mi fecero un contratto più alto rispetto a quello dell’Inter. Ma in quell’anno il Foggia era uno squadrone, voleva vincere. Non era una squadra da serie C, ma da A. Avevano preso Barbuti, Scienza, me, Franco Baldini, De Marco, Barone. Poi però, un po’ per il carattere di Casillo e dell’allenatore, Marchioro, nelle ultime partite di campionato venne esonerato il mister e cominciarono i disastri. Io presi le difese del mister e venni sbattuto fuori rosa, non andammo in serie B e la stagione dopo avevo ancora due anni di contratto, ma non volevo restare. Ma arrivò Caramanno come allenatore e mi se come condizione imprescindibile la mia permanenza. Gli dissi «Mister, per lei mi faccio tagliare braccia e gambe. Ma con questo presidente io qui non ci rimango». Rinunciai ad un contratto da centoquarantamilioni di lire all’anno per altri due anni, per andare a giocare a Licata in B per andare a prendere sessantacinquemilioni. Nella mia vita i soldi non sono mai stati una priorità. Se avessi seguito delle regole diverse dal mio modo di pensare avrei guadagnato di più, magari mi sarei divertito anche di più. Oggi non rifarei certe scelte, anche se magari me ne sono pentito. A Licata feci una stagione spettacolare, partimmo alla grande e tutti pensavano che potessimo andare in serie A. Poi ci furono una serie di incomprensioni tra società e allenatore, ma ci salvammo tranquillamente. Avevo il contratto di un anno, mi volevano Lazio e Atalanta. Ma lì poi, anziché andare in serie A, feci una scelta di cuore”.

Andò al Palermo…

“Sì, era l’anno della ricostruzione. Mio padre mi portava in curva, il mio legame con il Palermo è qualcosa che parte da lontano. Per me, giocare in rosanero, era un sogno. Tornavo a casa, da giocatore affermato. Ma fu l’errore più grande della mia vita”. Perché? “Ero l’unico palermitano della squadra dei titolari, la città aveva tante aspettative. Non giocavamo alla Favorita, ma a Trapani e facemmo un’annata importante in cui però non riuscimmo a centrare l’obiettivo promozione in serie B. E non solo, all’inaugurazione della Favorita prima del Mondiale del ’90, la squadra perse ai rigori contro la Lucchese la finale di Coppa Italia. Ma fu una serata spettacolare, allo stadio c’erano quarantatremila spettatori: una notte indimenticabile, magica. Ancora a parlarne adesso ho i brividi. Ma quell’anno io capii che per me non era più il tempo di stare a Palermo: succedevano le cose positive ed era merito di chi veniva da fuori, quando c’erano i problemi invece dovevano risolverli i palermitani. E poi c’è una cosa che non ho mai sopportato: sono molto legato alla mia città, quando arrivano i giocatori da fuori i tifosi si fanno ammazzare per loro, poi ci sono i palermitani che non vengono amati. Dai suoi figli, Palermo, pretende tanto. La gente si ricorda di gente come Biffi, Chimenti… dimenticando di Schillaci, Tommaso Napoli, Compagno, Parisi, Vasari. Questa cosa non la capirò mai, mi fa stare male. Palermo deve cominciare ad amare di più i propri figli. La gente ce l’ha con Zamparini, ma il presidente al Palermo ha fatto vedere il calcio vero. I tifosi che cosa hanno fatto? Il primo anno trentottomila abbonamenti, poi meno della metà. A Napoli invece lo stadio è sempre pieno. I palermitani dovrebbero ringraziare Zamparini, che per dieci anni ci ha fatto divertire. Ma se non diamo non possiamo ricevere. Per diventare una realtà importante ci vuole senso d’appartenenza. È un po’ come la storia del centro sportivo… il Palermo non ce l’ha. Ma di mezzo c’è la politica: trent’anni fa il Palermo una casa ce l’aveva, si chiamava Castelnuovo, vicino lo stadio Barbera. Oggi ci sono gli zingari, una volta c’erano sei campi di calcio in erba. La politica ha rovinato tutto… possibile che non si riescano a sistemare i nomadi e restituire la casa al Palermo? I politici ti rispondono «E ci vai tu a far spostare gli zingari?». Cose che non capirò mai. E poi ci lamentiamo se Zamparini vende Pastore e Cavani. Ricordiamoci Cavani lo ha venduto anche De Laurentiis, per sessantatremilioni…”.

Lei ama le sfide. Fu il primo giocatore italiano ad andare in Indonesia. Se le dico Pelita Jaya?

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“Correva l’anno 1995. Si era suicidato da poco mio suocero. L’anno prima ero stato dato in prestito dalla Reggiana al Venezia di Zamparini, a fine prestito ero in trattativa per la risoluzione del contratto. Trattavo con la Pistoiese, ma un mese prima dell’inizio del ritiro un procuratore italiano che viveva a Reggio Emilia, Salvatore Trunfio, venne al campo e mi disse «Ci vuoi andare a giocare in Indonesia?». E sa perché andai a giocare in Indonesia? Provo ad immaginare: Sandokan? “Sì, esatto. Davvero, non scherzo. Ero affascinato da Sandokan, pensai «se mi danno i soldi vado in Indonesia». Incredibile, accettarono le condizioni. Risposi al procuratore, che si fece risentire dopo un po’ di tempo «Se entro mezzanotte mi fai avere il contratto chiedo scusa alla Pistoiese, non firmo e gli spiego che per me sarebbe meglio anche portare via mia moglie dopo quello che è successo». Alle 23.45, una sera, mi arrivò il contratto via fax. Il rullo girava, andava avanti. C’era il contratto da cinquecentomila dollari. Chiesi scusa al ds Salvatori e presi l’aereo per l’Indonesia. Arrivai a Giacarta e subito, in aeroporto, fu come se fossi a casa (ride, ndr). Iniziarono a dirmi «Suka», che in siciliano è una parolaccia, ma in indonesiano vuol dire «Piacere di conoscerti», all’epoca non lo sapevo. E ci fu un piccolo equivoco (ride, ndr). Mi ritrovai a firmare il contratto al quarantesimo piano di un palazzo megagalattico. L’Indonesia mi ha cambiato la vita”.Accardi Tre

Cosa si porta dietro di quell’esperienza?

“Ancora oggi sono in contatto con delle persone che conobbi all’epoca, me le sono ritrovate nel mio percorso futuro, appese le scarpe al chiodo. Sono sincero, lì trascorsi un anno e mezzo spettacolare, poi ebbi la fortuna di giocare con due dei giocatori che hanno fatto la storia del calcio: Mario Kempes e Roger Milla. Con Kempes nacque un’amicizia importante. Poi lì scoppiò la rivoluzione, fui costretto a ritornare in Italia. In Indonesia conobbi una persona, Roberto Regis Milano, che faceva trading in Indonesia. Mi contattò, chiedendomi quale fosse l’occasione migliore. Subito andammo a trattare la Reggiana, ma non trovammo l’accordo. Poi saltò fuori l’occasione Torino. Mi ritrovai subito, da calciatore a dirigente del Toro: ero diventato il responsabile dell’area tecnica granata, nel 1996. Potevo decidere tutto quello che volevo, ma non avevo l’esperienza, la caratura, per gestire una società del genere. Mi accodai a delle persone che all’epoca erano più competenti. Ma ho un rimpianto…”. Cioè? “Un giorno andai a Parigi da un amico, che mi portò a vedere dei ragazzi di colore. Vidi un ragazzino che mi fece subito una buona impressione. Gli chiesi «Vuoi venire a provare a Torino?». «Subito», la sua risposta. Dissi ai responsabili del settore giovanile del Toro di provarlo. Dopo una settimana lo bocciarono, così mi feci mettere tutto per iscritto. Telefonai a Leo Mannone, presidente del Marsala, gli mandai questo ragazzino. Sapete chi era? Patrice Evra. Da lì cominciò la sua storia. Intanto il Torino fu venduto, Ciminelli e Luciano Moggi mi proposero il rinnovo di contratto. Ma li ringraziai e presentai le dimissioni. Da un po’ di tempo Beppe Galli e Antonio Caliendo mi stavano addosso, così mi convinsero ad andare a lavorare con loro. Facemmo una società, da cui andai via dopo sei mesi perché il mio modo di pensare era diverso rispetto a quello di Caliendo”.

In che senso?

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“Per me i soldi sono importanti, ma alcuni principi di più. Lui nella sua vita è stato molto più pragmatico e concreto di me, ma per me prima vengono i valori e poi i soldi. Il suo valore principale invece erano i soldi, così decidemmo di dividerci. Così facemmo una società io e Beppe Galli, che aveva il patentino da agente. Cominciammo una storia durata sei-sette anni. E io credo di aver fatto il trasferimento più incredibile della storia del calcio”. Addirittura? “Sì, Ciccio Grabbi dalla Ternana al Blackburn, per ventidue miliardi e mezzo. Quell’anno lo volevano tutte le squadre. Ma per ventidue miliardi fu un trasferimento epocale, perché addirittura Vieri fu venduto all’Atletico Madrid per meno. Ma attenzione, io non mi definisco un procuratore”. Ah no? “No, mi diverto di più ad andare in giro a vedere i ragazzi. E a farli crescere. Perché io ho fatto degli errori e vorrei che i giocatori che assisto adesso non li ripetessero. La prima cosa che ho detto a Ibrahima Mbaye, quando ci siamo conosciuti, è stata «Ibra, piano piano si arriva lontano». Oggi è il suo motto”.

Se Mbaye andasse dall’allenatore a dire «O gioco o me ne vado» come fece lei con Trapattoni?

“Lo prenderei a calci in culo. Ho capito l’errore, non devi sbagliare perché il calcio va veloce e non ti aspetta. Poi con Ibra ho un rapporto particolare, è il maschio che non ho mai avuto come figlio. Sono sempre stato contento di avere avuto due figlie, ma Dio mi ha mandato Mbaye, è come se fosse mio figlio”.

673Mbaye_D0B7343Come nasce il vostro rapporto?

“Una volta andai a vedere l’Etoile Lusitana, mi segnalarono un ragazzino di quattordici anni. «È il più forte che abbiamo», mi dissero. Lo vidi e lo proposi all’Inter. Piero Ausilio mi disse «Ti faccio sapere…», ma non mi dava risposte. Così tramite un dirigente dell’Etoile Lusitana contattai Mourinho. Il giorno dopo mi chiamò Ausilio, Mou gli aveva detto che se Mbaye non fosse andato all’Inter per una prova, lo avrebbe fatto cacciare. In quel momento non avevo la certezza che l’Inter prendesse Ibra, così lo proposi anche al Palermo. C’era Walter Sabatini che mi disse: «Se l’Inter dà un milione all’Etoile Lusitana, io te ne do due». Ma avevo dato la parola all’Inter. E per me la parola conta più di ogni altra cosa. Nel periodo in cui stavamo preparando tutta la documentazione Ibra venne a stare a casa mia. L’Inter gli dava centocinquanta euro al mese, io lo andai a prendere per fargli trascorrere il Natale con me e intanto fece un gesto incredibile, con suo padre: prese duecento euro e glieli mise in mano, senza far vedere niente a nessuno. Gli disse indicando me: «Papà, buon Natale. Io vado con lui…». Il papà cominciò a piangere dall’emozione. Poi arrivammo a casa mia. E sapete come si presentò? Con un regalo per ognuno della mia famiglia. Anziché andare a spendere i primi soldi, li ha raccolti per quattro mesi per comprarci i regali. È un ’94, in quel periodo aveva quattordici anni. Oggi la persona con cui ha un rapporto incredibile è mia moglie, la considera sua madre.  E se devo fare una cosa per Ibra, quasi devo chiedere il permesso lei. Lui è destinato a fare bene, a diventare un giocatore importante. Dei soldi non gli interessa. Mi dice «Io gioco, penso solo a giocare». Un comportamento così ti dà forza…”.

Lei è stato anche il procuratore di Leandro Rinaudo, che per un periodo l’ha lasciata. Poi è tornato sui suoi passi…

“Con Leandro ho un rapporto affettivo. Si è trovato dal vivere il sogno più bella sua vita, cioè andare alla Juve, a ritrovarsi come quello che poteva perdere tutto. Andò alla Juve nel 2010 in prestito con diritto di riscatto l’ultimo giorno di mercato, arrivato in bianconero conquistò il posto da titolare. Ma durante un allenamento di rifinitura ebbe un problema alla schiena. Da lì cominciò la tragedia calcistica di Leandro, la schiena gli causò dei problemi al tendine. Quando è arrivato davanti alla porta del paradiso, ha trovato l’inferno. Era diventato meno riflessivo, aveva voglia di giocare a tutti i costi, perché voleva dimostrare che stava bene. L’anno dopo quindi tornò a Napoli gli consigliai di non muoversi fino al suo recupero. Gli ultimi giorni di mercato discutemmo animatamente: correva il rischio di andare in un’altra squadra, farsi male e chiudere con il calcio. Per me il legame con le persone conta più dei soldi, quindi a volte – sbagliando – penso che la gente debba accettare il mio pensiero quando sono convinto di una cosa. Finito il mercato Leandro era molto arrabbiato, in quel periodo era sempre alterato e così le nostre strade si divisero. Quando iniziai a leggere sul giornale che stava per andare a Novara, consigliai al fratello di suggerirgli di non andare. Aveva un problema al tendine, andare a giocare su un campo sintetico significava andare a complicare le cose. Poi un giorno mi chiamò la moglie di Leandro e mi disse «Vuoi farmi un regalo? A maggio battezziamo i nostri figli, vieni al battesimo», accettai di andare alla festa e quando Leo mi vide, si staccò da tutti e ci abbracciamo. Poi mi chiese: «Ma perché quando non ragionavo non mi hai preso e sbattuto al muro?», replicai dicendogli: «In quel momento eri diventato insopportabile ». Poi dopo l’abbraccio, tutto come prima. E oggi il nostro rapporto è ancora più forte. In questo lavoro devi metterci sempre qualcosa di più della professione, quando cominci una storia devi portarla avanti”.2 Accardi

Schietto, sincero, mai banale. Il suo carattere, nel calcio, è un pregio o un difetto?

“A volte trovi ragazzi che pensano che il calcio sia fatto solo di soldi. Ma con i soldi non vinci, sono una conseguenza. Non condivido che un procuratore chieda dei soldi quando un giocatore è a inizio carriera. Magari con mille euro un ragazzino fa un regalo alla madre… i soldi nella vita non sono tutto. Io sono fatto così e il mio carattere, a me va bene così. Non riesco a fare come tanti procuratori, che vivono nel mio mondo e pur di prendere un giocatore in procura s’inventano chissà cosa. Si dice in giro che ci sono miei colleghi che per prendere le procure vanno in giro e pagano i giocatori: questo, se fosse vero, non può mai diventare un rapporto vero e sincero. Queste cose non le accetterò mai. La vita non può essere fatta sempre di ipocrisia”.

I colleghi che sono anche amici?

“Circa sette anni fa ero al calciomercato, si faceva al Quark. Un giorno sento uno che mi dice «Soldato Accardi, attenti!», io penso «Ma chi è questo scemo?». Era il mio caporale quando facevo il militare. Alessandro Pellegrini. Con lui abbiamo un rapporto d’amicizia, è una brava persona. Se devo fare qualche nome, tra gli amici che ho nel calcio, cito Nicola Ferrante e l’avvocato Annalisa Rosetti. E poi c’è un ragazzo che ha cominciato a lavorare con me da poco, Denis Gianni, una persona umile con cui lavorare è veramente un piacere. Nell’ambiente del calcio ho più amici che nemici. O meglio, più simpatie che antipatie. Anche se qualche volta mi sono arrabbiato quando qualcuno con delle bassezze ha provato a portare via qualche mio giocatore. Se hai la capacità di prendere un giocatore da un altro agente senza tirare fuori i soldi vuol dire che qualcosa tra te e il calciatore qualcosa non va. E quindi ti devi mettere in discussione”.

Dove andrà quando lascerà il calcio?

“Tra Palermo e San Vito Lo Capo, magari a fare il nonno. Quando smetterò di dedicarmi al calcio vorrei pensare alla famiglia e alle cose che magari sto trascurando a causa del mio lavoro”.

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Se non avesse fatto prima il calciatore e poi l’agente?

“Avrei fatto il ladro. A Palermo o fai il ladro o fai il carabiniere (ride, ndr). Scherzi a parte, non ci ho mai pensato. Ma mi sarebbe piaciuto fare l’attore. Del resto, in tv vengo bene. No?” Torniamo indietro di qualche anno: ci porta dove è nato? “Molto volentieri”.

Il ricordo più bello?

“Ho vissuto i momenti più belli della mia vita. Quando vengo a Palermo, mi accolgono bene. Gli amici di una vita, le storie più belle, sono qui. Quando ritorno, mi sento rinascere, anche se adesso conduco una vita più agiata. Ma quando nasci in un posto come il mio quartiere non lo puoi dimenticare”.

Cosa direbbe ad un ragazzo che vuole fare l’agente?

“Di cambiare mestiere”.

Esagerato…

“No, dico davvero. Oggi devi partire con una base economica importante, pensare che i primi anni devi autofinanziarti senza pensare di andare a guadagnare chissà quali soldi. E soprattutto guardare anche a mercati come il Vietnam, il Bahrein, tutti posti che magari ora sono inesplorati. Perché nel calcio non ci sono solo gli slavi e gli indonesiani”.

Mf

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