Colusso è stato il primo calciatore professionista australiano in Europa continentale

Ballacci-e-Colusso-ad-AlessandriaRenato Colusso e Dino Ballacci.

 

La sfida tra Alessandria e Arezzo ci riporta alla mente tre personaggi che hanno contribuito a scrivere la storia dell’Orso Grigio.
Squilla il telefono. Ci risponde, è Renato Colusso. “Che bello, ad Alessandria vi ricordate ancora di me”. E come potrebbe essere diversamente. Poi aggiunge un’inedita nota di colore: “Ma sapete quante multe ho preso nella vostra città per il mio modo indisciplinato di posteggiare l’automobile? Io non mi facevo alcun problema e la sistemavo dove mi capitava, infischiandomene di eventuali divieti, intanto ci pensavano poi i dirigenti dell’Alessandria a pagare le somme dovute”. A Rene (così è sempre stato conosciuto) non si è mai potuto dire di no, vista la sua classe.Foto-151
Ad Alessandria giunse un vero e proprio fuoriclasse che oggi sarebbe sicuramente protagonista in serie A o nella Premier League inglese.
Agli inizi degli anni Ottanta, quando Colusso venne in riva al Tanaro, venne scritto che anche i Grigi avevano il loro straniero, perché lui era nato in Australia, nel 1956 a Sydney e aveva addirittura giocato con la Nazionale maggiore, nel 1975 contro la Cina.
L’uomo del mistero del calcio australiano sembra ancora abbastanza in forma per giocare, e parla abbastanza intelligentemente come se fosse un allenatore. Però Rene Colusso sta facendo nessuna delle due professioni, preferendo andare in bicicletta in giro per le colline vicino a casa sua, ad Arezzo, e quando sente la necessità di andare a vedere la Juventus, il Milan oppure la Fiorentina non ci sono problemi. Una telefonata è tutto quello che serve per Colusso per ottenere l’ingresso: egli non ha giocato nella Nazionale italiana e non ha mai giocato in serie A, ma ha il riconoscimento e il rispetto in Italia. In Australia, è invece quasi sconosciuto.Foto-9 La figurina Panini dell’Arezzo 1977-’78 con immortalati Colusso e Pasquali.

 

“Arezzo è una città molto importante per me – ci spiega – , e quello che ho fatto ad Alessandria è il risultato della mia esperienza in quella squadra. C’era un uomo dal carattere forte, sanguigno, gran conoscitore di calcio e soprattutto in grado di far giocare chiunque al meglio delle proprie potenzialità: Dino Ballacci. In avanti c’era la “strana coppia” formata da Primo Pasquali e dal sottoscritto, un mix di potenza e tecnica non assistito da identica continuità. Ma in quella stagione 1977-’78, che doveva definire la griglia di partenza per la nuova terza serie divisa tra C1 e C2, fummo comunque determinanti per la salvezza. Ricordo bene l’Olbia, sconfitto con un tennistico 6-0, io feci una tripletta, e Ballacci che finì la gara praticamente sdraiato in panchina a godersi una vittoria così larga”.
A Smithfield in Australia, dove è cresciuto, alcune persone ancora lo ricordano. Al ristorante italiano locale, Candelori, il personale parla ancora di lui. Ma nella comunità di calcio del paese dei canguri, Colusso è un nome senza volto, nonostante quello che ha raggiunto. E questi risultati sono enormi.
All’età di 16 anni, si allenava con Pelè al Santos, e con Zico al Flamengo, e andava a guardare le partite al Maracanà con Mario Zagalo. “Le quattro settimane di viaggio in Brasile sono state la sua ricompensa per essere scelto come un giocatore di grande promessa da Pelè, che aveva girato l’Australia con il Santos l’anno prima – racconta -. A 17 anni, ho indossato la maglia del Marconi e a 18 anni ho fatto il mio debutto con i Socceroos, la Nazionale australiana, contro la Cina. A 19 anni, ero sui libri a Torino, destinato ad essere il primo australiano a giocare in Europa continentale. Una storia che è incominciata nel campionato 1975-’76 con l’Ivrea.

Foto-10L’Alessandria 1980-’81, promossa in C1. In piedi, da sinistra: Burroni, Piccotti, Soncini, Calisti, Colombo, Zanier. Accosciati: Gaudenzi, Piazza, Zerbio, Poli e Colusso.

 

Il primo contratto da professionista è una storia che Colusso gode a raccontare: “Ero stato nella Primavera del Torino e uno dei miei compagni di squadra era Luciano Spalletti, che mi disse ‘che fai?’ Io risposi: ‘Non lo so, credo che passerò due mesi qui a Torino.’ Lui mi rispose: ‘Vieni giù a Pisa per una vacanza, si può stare con i miei genitori.’ Ho detto: ‘Dove vivi?’ Mi ripose: ‘Sulla spiaggia’. Io replicai: ‘ci sono.’ Così siamo andati laggiù, abbiamo trascorso circa due mesi, tutti i giorni sulla spiaggia, tutte le sere a giocare nei tornei, ed è così che ho finito per firmare con il Pisa. Quando ho ottenuto il mio primo stipendio, sono andato a comprare una vecchia Fiat 850. E’stato eccitante”.
Dopo tutti questi anni, Colusso è tanto toscano quanto australiano. Quando l’Australia ha giocato contro l’Italia nella Coppa del Mondo del 2006, per Rene “la sconfitta è stata ingiusta. Però poi l’Italia ha vinto il Mondiale”.
Colusso non è nella Hall of Fame del calcio australiano, e dovrebbe esserci. Egli non è stato mai utilizzato dalla Federazione australiana di calcio, e avrebbe potuto esserlo. Non c’è rancore o rimpianto. Allora, come si sente ad essere un uomo del mistero?

Foto-112Ancora una figurina Panini. I Grigi nel campionato di C1 1981-’82, con ancora la coppia Pasquali (il primo, in piedi, da sinistra) e Colusso (il terzo da sinistra, sempre in piedi).

“Sto bene – dice – . Le persone che mi conoscono rispettano quello che ho fatto. I ragazzi di oggi hanno tutti i mezzi di comunicazione a diposizione, tutte le attenzioni, ma i miei tempi erano diversi Distanza, senza internet, nessuna comunicazione. Gli allenatori non avevano informazioni su di me, probabilmente non sapevano come contattarmi. Sarebbe stato bello se le cose fossero andate diversamente, ma così è stato e devi accettarlo”.
Se c’è pudore, c’è anche l’orgoglio. Mentre i giocatori australiani sono andati in Inghilterra sin dal 1940, nessuno era andato in Europa continentale, dove la cultura e il modi di affrontare le sfide sono sempre state diverse. Quando Colusso è venuto in Italia è stato il pioniere.
“Sono stato il primo ragazzo giovane fare le valigie e avere il coraggio di andare in Europa – tiene a sottolineare -. Prima o poi qualcuno stava per farlo, mi è capitato di essere il primo. Ovviamente, sono andato in Italia a causa delle mie origini, perché sapevo parlare la lingua. E’ stata la decisione giusta. Avrei potuto andare in Belgio, o in Inghilterra, dove per i ragazzi australiani avrebbero potuto esserci occasioni migliori, perché i paesi latini sono sempre stati molto duri con i ragazzi giovani, vogliono subito il giocatore maturo. Ma sono sopravvissuto”.
Rene ricorda sempre con gioia l’esperienza con l’Alessandria, anche perché vide una inaspettata e esaltante promozione dalla C2 alla C1. “Nella stagione 1980-‘81 con l’ allenatore Dino Ballacci venne riproposto in maglia grigia il tandem formato da me e da Pasquali e uomo-chiave della nostra formazione si rivelò Luigi Zerbio. Ottenemmo il secondo posto e la promozione ai danni della Carrarese. Per evitare lo spareggio proprio contro i toscani, dovevamo vincere l’ultima partita in casa contro il Pavia, e Primo Pasquali mise a segno il rigore dell’1-0 all’89’ dopo che venne commesso un contatto su di me. Fui abile ad esagerare e l’arbitro ci cascò, oggi lo posso dire. Ma non fu e non è uno scandalo, proprio per quello che avevamo fatto vedere per tutto il campionato”, ammette Colusso.
Che aggiunge: “Fu un campionato estenuante, con una continua rincorsa tra Rhodense, Carrarese e Alessandria. Il ricordo più distinto rimane la trasferta di Carrara. Loro sembravano dei marziani, il nostro portiere Zanier parò addirittura un rigore, ma noi giocammo una partita esemplare, forse perché non potevamo fare altrimenti, alla fine la Carrarese era cotta e l’Alessandria rischiò pure di vincere. Fu lì, con l’1-1 di Carrara alla penultima giornata, che capimmo che saremmo stati promossi”.
Colusso ha giocato un calcio di seconda e terza fascia per otto club in oltre 14 stagioni, dal Piemonte sino al sud, in Sicilia.Foto-12L’Akragas nel 1984. In piedi, da sinistra: Chiavaro, Bardelli, Gaudenzi, Colusso, Giudice, Catalano, Quercioli. In ginocchio, da sinistra: De Brasi, Mari, Cracchiolo e Masoni.

Ed è stato il terreno di gioco in terra battuta dello stadio Esseneto di Agrigento a costituire anche lui un ricordo difficilissimo da dimenticare. “Quando venni ceduto all’Akragas in primo luogo mi incuriosì questo nome greco; l’ambiente, in particolare i tifosi furono un qualcosa di unico, ci sentivamo dei veri e propri eroi mitologici – tiene a precisare –. L’Akragas ottenne una doppia promozione dalla serie D alla serie C1, fece un qualcosa di straordinario. Questa era la formazione che arrivò seconda nel 1983: Ritrovato, Lorenzini, Cracchiolo, Casadei, Rossi, Gaudenzi, Cau, Colusso, Catalano, Catarci e De Brasi. In terza serie rimase due anni guidata prima da Egizio Rubino sostituito da Franco Scoglio, poi da Ramon Lojacono. Questi ultimi due, poverini perché entrambi già morti, pur con il loro carattere difficile tra superstizioni e momenti di superbia e arroganza, soprattutto Scoglio, sapevano comunque arricchirti sotto il profilo umano e dal lato tecnico. Lojacono amava anche raccontare episodi legati anche lui alla sua militanza nell’Alessandria.
Rene non ha mai giocato serie A, ma ha giocato molte volte contro le squadre più blasonate in Coppa Italia. Un’ apparizione indimenticabile per Salernitana fu quella al San Paolo di Napoli. “Indimenticabile, perché ebbi modo di vedere in prima persona quanto fosse un asso, in un’assoluta dimensione perfetta, Diego Maradona, non ha mai dimenticato Colusso.

Foto-13Rene Colusso nella Salernitana 1984-‘85.

Il momento cruciale della sua carriera avvenne nella sua prima stagione da professionista, e la fortuna non fu dalla sua parte: “Stavo giocando per il Pisa, mi sarebbe piaciuto entrare fisso in squadra; giocai 13 partite consecutive, e il presidente mi chiese di andare nel suo ufficio il giorno dopo una partita. Quando arrivai, mi elencò tutti i club che mi volevano. Abbiamo parlato ed abbiamo optato per una tra Juventus e Fiorentina. Alla fine scelsi la Fiorentina, che accettò un pre-contratto sino alla fine della stagione. Due settimane dopo, ebbi un brutto infortunio al ginocchio, che mi costrinse a rimanere fuori per quasi otto mesi. Quando tornai, l’affare era superato. Ho avuto altre occasioni dopo quella, ma non più di quel livello. Il calcio ha fatto fare a me una grande vita, e ho fatto una carriera decente. Ma il mio scopo era quello di giocare in serie A, e non ho mai potuto giungervi. Quindi credo che sia un rimpianto”.
Dopo il suo ritiro, Colusso è stato il vice dell’ex campione del mondo Francesco Graziani come allenatore della Reggina e dell’Avellino e si è anche avvicinato alla professione del procuratore.
“Ho visto il buono, il brutto e il cattivo di uno sport, che in Italia viene trattato più come un’ossessione che una passione. Ho visto i cambiamenti nel gioco in Australia, e mi è piaciuto quello che ho visto. Avrei potuto contribuire all’evoluzione del soccer australiano? Sinceramente non lo so”, ma per Colusso, ogni volta che gli è stata posta questa domanda, è sempre stato difficile resistere alla tentazione di immaginare un sogno che purtroppo non è stato realtà.

 

Mario Bocchio