La storia quasi verosimile dell’Orso Grigio

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Non si sa se, nell’antichità, Alessandria abbia eletto un animale quale simbolo di sue caratteristiche peculiari, come ad esempio Roma con la lupa. Certo, la leggenda parla di una lupa ammansita da S. Francesco di passaggio nelle nostre strade o, ancor prima, delle oche di S. Baudolino; sia l’una che le altre, però, glorificavano già la caput mundi e la nostra città, sorta in nome di papa Alessandro III, mai si sarebbe sognata di scippare un pelo o una piuma a cotanta sacra e madre sede. Ci fu in seguito la storia di un galletto – e manco vivo, perché di ferro – che, pur ben posto in vetta al palazzo comunale, non poteva de…cantare magnanimità di cresta locale, essendo casalese d’origine e bottino di guerra.OrsoGrigio

Qualcuno potrebbe allora obiettare che s’avrebbe potuto trarre vanto da Rusinén, la vacca di Gagliaudo sacrificata per salvare i suoi concittadini, beffando il Barbarossa, ma ve l’immaginate i futuri scherni per gli alessandrini, salvati da una vacca? La fauna, infine, che circolava nella contrada non presentava particolarità tali nei suoi esemplari da affermarsi come dignità distintiva. Così, l’attributo che ci accompagnò nel corso dei secoli fu piuttosto elemento di specie vegetale che non zootecnica: Alessandria divenne per molto tempo “città della paglia”.
Bisognerà arrivare alla fine dell’Ottocento prima che un animale le sia accostato come simbologia. Ma fu un’operazione di marketing commerciale d’antan priva di nobilitas da magnanimi lombi storici o leggendari.

Orsi (1)

Una fabbrica di birra (Michel/Alessandria) e un’officina produttrice di biciclette (Maino), infatti, scelsero come icona l’elefante.
Va da sé che i pachidermi proboscidati sono grigi e forse non è stato un caso, perché questo nostro centro urbano, che si affacciava pionieristicamente al mondo industriale, era “grigio di natura”, ovattato tra le nebbie e cinto dai bastioni; inoltre, sul suo gonfalone spiccava una croce rossa su campo grigio-argenteo.

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L’elefante non è mai appartenuto al nostro habitat, ma non bisogna scordare che Napoleone aveva conquistato l’Egitto e non è da escludere, quindi, che qualche esemplare abbia circolato in bella mostra nella Fraschetta, la savana nostrana. Tuttavia, fin dalla prima decade del Novecento, questo abbinamento cominciò a… decadere sull’incalzare di una più bellicosa fiera: l’orso che, chissà perché, invece di un bel bruno marsicano (plantigrado appenninico più a portata di mano) era grigio. La ragione – siamo disposti a giurarlo –, oltre al fatto di mantenere un colore, ormai caratterizzante loci, fu che il caravanserraglio del famoso Buffalo Bill, da noi giunto nel 1906, pensò bene di lasciare, ad imperituro ricordo del fascinoso west, un grizzly (lett. brizzolato) verace.

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Ad impadronirsi per prima ed in esclusiva di un simbolo così simpaticamente accattivante (audace, coraggioso, goloso e sornione) ci pensò la Borsalino fu Lazzaro, nel 1911, che sulla testa di un irsuto ungulato, rigorosamente grigio, appose un bel catranen (bombetta) nero. Un bel binomio, non c’è che dire! Ma nell’immaginario collettivo fece fatica ad imporsi. L’orso rimase quindi, per un bel po’, in gabbia, mentre il cappello cominciò ad imporsi in giro per il mondo, promuovendo l’accoppiata Borsalino-Alessandria.

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Finché venne l’era di Carlin e del suo Guerin Sportivo: il grosso mammifero venne ripescato per identificare calcisticamente Alessandria nel processo creativo di animalizzazione delle squadre, ad opera dell’estroso ed ironico giornalista-caricaturista Carlo Bergoglio, detto appunto Carlin. Siamo nel 1927.

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Come e perché abbia pensato a questa trasposizione zoo-footballistica non è dato sapere. Probabilmente, già nel fantasioso vocabolario dei tifosi, ad esempio, il Toro per il Torino e la Zebra per Juventus erano conseguenze logiche di assonanze foniche o di similitudini visive. Certo è che, con il suo contributo e con la forza di quello che era in allora uno dei più seguiti media sportivi, la moda si radicò e si diffuse ad altre realtà pallonare, tanto da codificare una sorta di “araldica dei calci” proprio sulla prima pagina del Guerin Sportivo del 10 Ottobre 1928, dove, nei blasoni, la metafora “graficanimal” faceva la parte del… leone. Questo processo identificativo, anzi, da qualche tempo, era reclamato anche da altre squadre non ancora connotate. Torniamo a noi e al perché Carlin immaginò lo squadrone grigio come un orso.

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Forse aveva adocchiato, da attento disegnatore ed illustratore, il manifesto di Borsalino, tanto tempo prima? Non possiamo dirlo. Ci soccorre pertanto la leggenda provincialmetropolitana.
Si narra, adunque, che il campo degli Orti, quasi sempre fangoso e la capacità dei nostri giocatori di destreggiarsi nella melma, imponendo un gioco lento ma sornione, in grado di sferrare inaspettatamente la zampata fatale, abbia evocato la figura di un plantigrado. Ora non risulta che la possente fiera possegga particolari abilità di destreggiarsi in un terreno pesante, certo è che l’azione al ralentir e poi un improvviso attacco è sua dote precipua.
Poco nuoce quindi una licenza interpretativa. Vi è poi il cappello, meglio la bombetta Borsalino che, nelle prime raffigurazioni, faceva bella mostra di sé sul peloso cranio: era un valore aggiunto ed un elemento riconoscitivo dell’origine più forte. Tuttavia, l’apposizione non è così semplicistica e si avvale di un’ispirazione più precisa. I vecchi tifosi raccontano, e qualche foto immortala, che Elvio Banchero, grande campione ammirato dal nostro caricaturista, da borghese era solito sfoggiare, soprattutto frequentando il Bar Florè, noto ritrovo sportivo, una fiammante bombetta nera, di lì il connubio grafico.

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Peccato che il copricapo, apparso per la prima volta nel novembre 1927, non adorni il nostro plantigrado nello stemma araldico. Orso + Borsalino riapparve solo nella figurina n. 476 della B.E.A. di Milano, serie Stadio, anni 1948-‘49, per poi sparire nuovamente.
Da allora in poi, l’Alessandria U.S. fu solo e per sempre Orso Grigio.

Ugo Boccassi