Quella ref 106 che il nonno mi comprò dal “grassone” di via Cavour, e che non darei mai via per tutto l’oro del mondo

 

L’avevo desiderato a lungo, il Subbuteo, prima di trovarlo sotto l’albero in un pacco che non poteva celare il contenuto. I miei genitori avevano ceduto a sguardi supplichevoli e mute implorazioni e l’avevano infine comprato per 14mila lire, una cifra non proprio vile per un regalo di Natale sul finire degli anni ’70. Soldi spesi bene, visto l’uso intenso e, si sarebbe scoperto, prolungato. Da bambino, ci giocavo in interminabili sessioni pomeridiane, dopo che mi allenavo senza sosta in infinite partite solitarie, il portiere sostituito da un mandarino ben paffuto o da una rotonda confezione di aghi per cucire.

La mia squadra preferita era ovviamente quella che sul catalogo ufficiale era indicata come ref 106, ovvero l’Alessandria. I miei Grigi, che mio nonno mi aveva comperato nello storico negozio di giocattoli di via Cavour, che io avevo finito per identificare come “dal grassone”, vista la stazza del titolare.

Oggi una ref. 106 originale in buone condizioni può valere anche 200-300 euro tra i collezionisti. La mia non la darei via per tutto l’oro del mondo

Ci giocavo anche al liceo: sì, giocavamo pure da adolescenti, con supremo sprezzo di qualche cinque in pagella e soprattutto dei risolini di scherno delle nostre compagne, allibite da tanto ritardo nello sviluppo ormonale. Ho rivisto quell’espressione di derisione e incredulità negli occhi della mia compagna Paola, mentre, ormai diversamente giovane, chino sul tappeto verde, mi sono riscoperto giovane affrontando mio figlio Michelangelo.

Ma del senso di vergogna mi ero liberato anni prima, dopo aver visto mio papà, rispettato dirigente d’azienda, inscenare un’indiavolata contesa di calcio da tavolo pre-Subbuteo con un suo collega: per loro, tappi di bottiglia e palline di carta pressata bastavano a simulare la magia del calcio, prima dell’arrivo delle miniature inventate in Inghilterra.

 

Proprio la diffusa ansia di svago, dopo le ristrettezze e i lutti della guerra, indusse Peter Adolph, un impiegato dell’ufficio pensioni appassionato di ornitologia (foto sopra), a brevettare nel 1947 un gioco da tavolo con il nome di “hobby”. Poiché quel nome non era registrabile, ricorse al corrispondente latino del falco lodolaio (che in inglese è appunto Eurasian Hobby) e così nacque il Subbuteo. In principio, la scatola conteneva porte in carta e fil di ferro, una pallina in acetato di cellulosa e calciatori in cartoncino montati su un bottone appesantito da una rondella di piombo. Quello che sarebbe stato il distintivo manto verde non c’era e, segno dei tempi, Adolph forniva in suo luogo un gessetto con cui tracciare le apposite righe sulle ubique coperte verdi distribuite dall’esercito. Gli ordini fioccarono e a Tunbridge Wells presto sorse una florida industria, che debellò la temibile concorrenza di Newfooty, un gioco simile inventato a Liverpool addirittura nel 1929, e pose le condizioni per il clamoroso successo degli anni ’60, che in breve traversò la Manica e tracimò per tutto il continente.

Immancabilmente, furono organizzati dei Campionati del mondo e nel 1978, a Londra, fu un ragazzino genovese, trapiantato a Pisa, ad aggiudicarseli nella categoria juniores. Andrea Piccaluga (foto sotto), che oggi insegna Management dell’Innovazione alla Scuola Superiore Sant’Anna e si fa vedere a tornei e presentazioni di libri in tema, ricorda: “Ero un quattordicenne tranquillo e la mia capacità di dominare la tensione si rivelò utile per un gioco che richiede freddezza, precisione e un po’ di strategia scacchistica. La gara più dura fu la semifinale contro un belga, che vinsi ai tiri piazzati, mentre in finale superai per 3-0 il tedesco Dirk Barwäld. Il meglio venne dopo. Mi intervistarono a 90° Minuto e la federazione inglese mi chiamò per una tournée di un mese. Partii con un amico, invitato per farmi compagnia, e disputai quasi cinquecento partite, subendo solo 4 gol. Nei maggiori negozi di giocattoli, decine di ragazzini facevano la fila, mi sfidavano in gare di cinque minuti e se ne andavano battuti con un attestato dove faceva bella mostra il mio autografo. È vero, mi assicurarono il dito, pare per 25.000 sterline: fu un colpo di genio, che servì magnificamente a pubblicizzare l’evento”.

Il Subbuteo imboccò poi la parabola discendente. Provò a cambiare e la proprietà passò di mano più volte, finendo persino oltreoceano. L’americana Hasbro, per contenere i costi, ridusse il catalogo delle squadre a poco più di quaranta. Così facendo, però, recise alla radice la pianta della passione, che in larga misura era cresciuta dalla brama di ogni bambino di incrementare la propria collezione anche e soprattutto con le formazioni meno note, come argutamente sintetizzato dalla band inglese Half Man Half Biscuit, con il singolo del 1989 “All I want for Christmas is a Dukla Prague away kit” (Tutto quello che voglio per Natale è il Dukla Praga con la maglia da trasferta). Tuttavia, negli ultimi anni, il Subbuteo ha conosciuto un sorprendente revival e una nuova edizione dei Mondiali si è tenuta a San Benedetto del Tronto, vinta dallo spagnolo Carlos Flores. Si tratta più che altro di nostalgia: i bambini e i ragazzi di allora, diventati quarantenni e cinquantenni brizzolati, hanno riscoperto il gioco e ne perpetuano la tradizione mentre il mondo va in direzione contraria con il dilagare di Playstation, XBox e Wii. Anche la prossima fine del Subbuteo, fatalmente iscritta nell’età dei praticanti e nell’indifferenza dei loro figli, sembra pertanto un prodotto dei “Trenta gloriosi”, l’irripetuta fase di espansione economica e sociale successiva alla fine del secondo conflitto mondiale, in cui il gioco vide la luce e prosperò.

Come tutti i sopravvissuti alla carneficina militare, Adolph aspirava a una vita più tranquilla e spensierata. La sua idea imprenditoriale al contempo alimentò e beneficiò dell’ottimismo post-bellico e dell’impetuosa crescita produttiva sostenuta dal Piano Marshall, che si rinforzarono l’un l’altra. La nuova industria dei beni di consumo e dell’intrattenimento, in cui si collocava a pieno titolo il Subbuteo, incontrò una domanda di massa spinta dalla piena occupazione, cui contribuivano fabbriche come quella di Tunbridge Wells, che produceva a milioni gli omini tridimensionali che affluivano nelle abitazioni del Kent, dove numerosissime casalinghe (miseramente pagate, va precisato) decoravano a mano gli idoli in scala dei propri figli. Quei bambini sarebbero stati la prima generazione della storia a sperimentare lunghi anni di gioco, senza sensi di colpa e senza che il gioco fosse considerato tempo rubato al sostentamento della famiglia. Anche i genitori stavano godendo di un’inedita disponibilità di tempo libero e tutti insieme nutrivano l’industria del divertimento e dei giochi.

Oggi, quei bambini, quei ragazzi e quei giovani, tornano agli anni della loro infanzia e della loro gioventù e scoprono che quanto era mero svago e distrazione ha mutato natura, è diventato cultura, cultura popolare, memoria da conservare e, se possibile, indagare. Ecco quindi che una partita di Subbuteo fra “atleti” stempiati e con la pancetta, benché priva della dignità artistica di opere come Il dottor Stranamore o Wish you were here, riporta alla luce lo spirito del passato e il modo in cui, insieme, queste multiformi espressioni della creatività umana contribuirono a orientare la percezione della realtà e le opinioni delle persone di allora.

Mi tengo stretta e coccolo la mia ref. 106 originale in buone condizioni!

Mario Bocchio