Questa è una squadra che si è arresa al campionato con onore

Il corsivo di Mario Bocchio

 

Ci sono lacrime e lacrime. Quelle sincere di alcuni calciatori grigi che hanno anche pianto mercoledì dopo la sconfitta che ha tirato fuori l’Alessandria dalla contesa playoff al primo ostacolo. Lacrime di disperazione da parte di alcuni calciatori che, spinti dall’abnegazione di quel Sestu – che sembrava una furia quando è corso a festeggiare il gol sotto la Curva Nord -, oppure di un Piccolo che ha lottato come un gladiatore, hanno dato tutto e di più per scuotere una squadra incapace di reagire, di giocare. Anche dopo i due ceffoni presi in pieno volto dalla Feralpisalò. Ci sono poi anche lacrime di coccodrillo da parte di chi è sempre in prima linea quando c’è da prendere applausi, sempre in prima linea quando bisogna puntare l’indice contro qualcuno o qualcosa per attribuire colpe e responsabilità.

Poi c’è il silenzio dell’amarezza – come il nostro – per dover ancora una volta disputare un campionato di terza serie. Ma è un’amarezza che va di pari passo con il realismo. Se a novembre ci avessero detto che avremmo giocato i playoff e addirittura vinto la Coppa Italia, sinceramente avremmo messo subito la firma, come si suol dire. Ma molto più semplicemente avremmo risposto: ma che cazzo dite!

Allora c’era un’ Alessandria che agonizzava nel fondo della classifica: una sofferenza che veniva da lontano, dal tramonto dello scorso campionato.

Mesi buttati al vento, con un allenatore inesperto, Cristian Stellini, senza idee chiare e con l’ossessione della teoria rispetto alla pratica: squadra fatta e rifatta più volte senza fare autocritica alcuna. Un po’ come mettere le chiappe su una fuoriserie e non saperla guidare, perché abituato solo alle utilitarie, per di più come un principiante neopatentato.

Mesi sprecati con un direttore sportivo, Pasquale Sensibile, solo maestro nel curare le apparenze.

L’arrivo di Michele Marcolini ci ha regalato una doppia opportunità insperata: risalire la china (entrando nei playoff) e vincere la Coppa nazionale.

L’amarezza di come è andata a finire mercoledì scorso deve essere mitigata proprio dalla Coppa Italia di Serie C.

Chi, in 106 anni di storia, praticamente non ha mai vinto niente se non una prima Coppa Italia, nel 1973 (non ieri), alla fine dei conti, in maniera molto pragmatica, non può giudicare del tutto “di merda” la stagione che si è appena conclusa.

Sostenere che la Coppa Italia non conti niente rispetto alla promozione in Serie B, messa semplicisticamente così suona male, davvero male.

La verità – brucia certamente, ma è così – è che in fondo hai sbagliato una partita e che c’è stata una squadra, la Feralpisalò, brava a superare un ostacolo che sembrava impossibile.

Rimane il fatto che questa è una squadra, certamente cion tutti i suoi limiti,  che si è arresa al campionato con onore.

A nostro avviso si dovrà ripartire proprio da chi ha saputo tirare fuori da ogni giocatore il senso dell’onore, Mister Marcolini. Che è stato capace prima di rimediare ai danni provocati da scelte sgangherate, poi di recuperate in extremis.

Se l’Alessandria vorrà finalmente ritornare in Serie B – anche per ripagare l’impegno di un presidente come Luchino Di Masi, vero e proprio lusso per la categoria – la città dovrà abbandonare l’ossessione da promozione. Ambiente sereno, lontano da troppe pressioni e troppe polemiche.

Non abbiamo vinto il campionato, ma con la Coppa abbiamo riscritto una storia ed una dignità da non barattare in nessun modo con giudizi pressappochisti. Che sul momento infiammano la piazza (già calda di per sè), ma che poi finiscono solo per fare male alla Maglia Grigia.