Quando Marescalco segnò a Grobbelaar e Contratto e Colombo fermarono Kempes. Ricordi di fantastiche partite nel cortile

 

I ragazzi di oggi probabilmente si sfideranno in una gara a “Fifa” o in una a “Pes“, ma per le generazioni passate – come la mia – gli anni della fanciullezza sono sinonimo di ben altre “sfide”, quelle vere, giocate nei cortili: partite epiche.

Con pile di giubbotti a fare da palo, oppure delle bottiglie di plastica, nei casi più fortunati a delimitare la rete c’era un portone: questi sono i ricordi di chi ha giocato quelle “mitiche” sfide, con un numero di componenti variabile per ogni squadra. Quelle erano le partite giocate dal primo pomeriggio fino al calar dell’oscurità, e avevano un solo protagonista, oltre ai piccoli calciatori, e cioè il pallone.

È capitato che uno come me, infatuato della maglia grigia, volesse sempre essere “Cicciogol” Marescalco – il mio eroe di quei favolosi anni Ottanta – e che un mio compagno di giochi, altrettanto supertifoso del Liverpool, optasse per il portiere Bruce Grobbelaar.

E allora poteva anche capitare che in un inedito – e altrettanto meraviglioso – match tra Alessandria e Liverpool, Marescalco – che nella realtà era solito gonfiare le reti avversarie nei campionati italiani di Serie C – riuscisse addirittura a trafiggere Grobbelaar. Sì, proprio lui, il numero uno dei Reds, che in quella drammatica finale contro la Roma mostrava atteggiamenti da sbruffone, strizzando l’occhio ai fotografi appostati dietro la linea di fondo, mordendo le corde della rete come se fossero spaghetti, danzando sulla linea di porta. Se il trucco non funzionò per Di Bartolomei e Righetti, l’esperto Conti perse invece la concentrazione e tirò alto, e lo stesso accadde a Graziani. Il Liverpool vinse ai rigori 5-3 e si prese la Coppa dei Campioni per la quarta volta. Come era bella e genuina la nostra fantasia!

La scelta del pallone era spesso legata al caso, accorrevamo nel luogo designato per la partita ma soltanto nella migliore delle ipotesi uno di noi si presentava con un pallone, in caso contrario bisognava fare una colletta per acquistarne uno dal vicino giocattolaio.

La tipologia di pallone non era molto variegata e la scelta per noi “giovani giocatori di strada” era limitata a tre palloni diversi, che tutti gli appassionati ricorderanno: Super Tele, Super Santos e Tango. Disposti in rigoroso ordine crescente di gradimento questi tre palloni hanno certamente segnato la fanciullezza di intere generazioni.

Il Super Tele era di plastica adornato da stampe posticce volte a creare l’impressione o a ricalcare vagamente la fisiologia di un pallone di cuoio. Ma un Super Tele non avrebbe mai dato a nessuno l’impressione di un pallone di cuoio nemmeno osservandolo molto da lontano: era una palla troppo leggera, troppo piccola per costituire un valido compagno di giochi. Di solito quando ci si presentava per una partita portando un Super Tele scattava il classico commento: “L’hai rubato a tua sorella?“. Dalla sua aveva un grande pregio però: l’economicità, che lo rendeva il pallone prediletto in caso di colletta. Per dirla brevemente quando calciavi un Super Tele non sapevi mai dove sarebbe finito e quale bislacca traiettoria avrebbe assunto. “Se ne va via col vento” si diceva, ed era vero.

Il fratello “nobile” del Super Tele era il Super Santos, inconfondibile innanzitutto per il suo colore: arancione, solcato da righe di colore nero che ricalcavano dei piccoli bassorilievi scavati sulla superficie. Spesso i bassorilievi e le righe nere non combaciavano affatto, ma questo non rappresentava un problema. Il Super Santos era il “pallone medio”, il meglio che si potesse ottenere ad un prezzo accessibile. Come il Super Tele anche il Super Santos era leggero, ma non così tanto, anche il Super Santos prendeva traiettorie imprevedibili, ma non troppo. “Non ti sedere sopra o si fa a limone” si diceva a chi cercava nel pallone un valido appoggio al meritato riposo.

Avere un Tango voleva dire avere un “vero pallone”. I possessori di Tango erano guardati con invidia dagli altri ragazzini, ed avevano la facoltà di scegliere le squadre per aver avuto la bontà di condividere con gli altri il proprio “tesoro”. Il Tango era di plastica simile al cuoio ed era pesante, forse troppo (colpirlo di testa provocava dolore) ma ti faceva sentire davvero un fuoriclasse. “Se lo perdi lo vai a prendere e se lo buchi me lo compri” diceva il fortunato proprietario, come dargli torto, il Tango era un bene da salvaguardare.

E quando giocavamo con un Tango, come d’istinto c’era chi voleva imitare il goleador argentino Mario Kempes, la vedette dei Mondiali del 1978. E allora io che cosa facevo? Semplice, visto che Kempes era un attaccante io allora optavo per essere un difensore: passando da Enzo Contratto a Toni Colombo. Così il cortile diventava teatro di un’altrettanta fantasiosa e intrigante partita tra l’Alessandria e l’Argentina.

Quando le mamme ci richiamavano dal balcone per farci tornare a casa, facevamo finta di non sentire. O al massimo, “Ancora cinque minuti!” rispondevamo.

Che bello è stato! Quanta nostalgia di quei tempi ormai troppo lontani!

Il vero senso del calcio dovrebbe stare proprio nei bambini che giocano perchè sono semplici , puri, sempre col sorriso, e corrono con le loro fantasie dietro ad un pallone con l’unico fine di divertirsi; tutto quello che, in fondo, dovrebbe significare lo sport.

Mario Bocchio