Nell’Italia dei “fr…” (col culo degli altri), il mito dell’Alessandria

 

Siamo rimasti colpiti da un articolo scritto da Alex Angelo D’Addio, il 26 gennaio 2016,  su Sportpeople. Si parla della memorabile impresa dell’Alessandria in TimCup, e anche di Maurizio Sarri, l’allenatore del Napoli che oggi attira su di sè le attenzioni di mezzo mondo per il suo modo di proporre una squadra che sa giocare bene a calcio, ma che ieri è stato anche alal guida proprio dei Grigi.

La circostanza del silenzio viene travolta dall’ennesima onda anomala del chiacchiericcio. Uno scossone talmente assestato da scuotere l’animo dell’opinione pubblica, deformandolo sino all’inverosimile: per disabituarlo alla riflessione, per convincerlo a dare per assoluto ciò che il sistema impone. Senza chiedersi se meriti legittima considerazione, e non interrogandosi sul perché sia lecito discutere di una data questione. Lasciando magari che temi sostanzialmente meritevoli non solletichino l’interesse dei (troppo) persuasi spettatori. L’attenzione collettiva è l’urgenza primaria del conformismo. Il corrispettivo bisogno sta nel riuscire ad incastrarla nella centralina della credibilità. E stiamone certi: la macchina della distrazione italiana cammina che è una meraviglia!

Nella Penisola della superficialità, gli onori della ribalta spettano alle circostanze che facciano vendere più copie possibili, e siano succulente per i voyeur della spettacolarizzazione. Di conseguenza, il fumo di una polemica annebbia la straordinarietà di un’impresa trionfale, che viene spogliata della sua eccezionalità, e si trova calata in un secondario universo subalterno. Ecco che la rivincita della Provincia – targata Spezia e Alessandria, promotrice della riscossa del Calcio Strapaesano – e il calore della pulsione ultras dell’Alberto Picco – raccolto nella timorata devozione della passione – subiscono lo sgretolamento della loro storica portata. Così come la ressa vecchio stile fra parte del tifo organizzato partenopeo e la Curva Nord Milano (indipendentemente dai colori, onore al coraggio di prevaricare la repressione della mentalità!). Perché la loro totalità si interrompe allo spegnimento dei riflettori del San Paolo. Dove finisce che a Sarri salga un’ignoranza da sbellicarsi, e che Mancini sia colto da un’improvvisa (e malsana) ventata autoreferenziale, infrangendo la congiuntura spazio-temporale dell’indecenza.

Che poi: la radicalizzazione della dissidenza sta dalla parte di Sarri. Non prendiamoci in giro: la sua esternazione sarà l’ennesima occasione per strumentalizzare un’inezia, addestrando il parere comune al perbenismo d’accattonaggio. Benché inusuale e fuori dalle righe, l’uscita dell’allenatore partenopeo è l’esempio del campanilismo becero (e dunque puro) che caratterizza lo Stivale, dalla settentrionale cerniera alla mediterranea suola: l’essenza più colorita della dialettica locale nostrana. Squallida, irriverente, blasfema. E comunque peculiare, nel suo unico particolarismo. Mancini non ha solo squarciato la sacralità dell’intima confidenza del rettangolo verde, ma indirettamente è scivolato sul fango della speculazione di chi lucra – sociopoliticamente, mediaticamente ed economicamente – sull’impulsività di un “Ricchione!” espresso in una passionale concitazione, senza batter ciglio al cospetto di un “Figlio di puttana!” o di un “Bastardo di merda!”. Il terreno del goliardico si contamina con il fertilizzante del ridicolo, contrabbandato per concime di sensibilità. Sempre che i cerimonieri del bigottismo lo permettano – Dio ce ne scampi e liberi! – godiamoci le ultime espressioni di vitalità dell’immensa cultura popolare del tifo. Il buonismo a gettoni ve lo lasciamo volentieri.

MBoc

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