Italo Cucci: “Al grande calcio italiano manca quel romanticismo unico della maglia grigia”

Ogni appassionato del pallone conserva dentro di sé un bagaglio di ricordi legati ad un’azione solitaria, una goffaggine atletica, una prodezza balistica. Emozioni molte volte legate a ricordi dei tempi d’infanzia quando, all’interno di un immaginario rettangolo di periferia con gli zainetti a far da perimetro, nel cuore di ognuno di noi batteva forte la speranza di calcare un giorno prati ben più verdi e illuminati. L’impegno adoperato durante le partitelle solitarie del dopo-scuola, nella vita reale non lo avremmo mai più riutilizzato: vincere la “battaglia delle cinque del pomeriggio” era motivo di vanto per tutta la giornata successiva, quando tutto si annullava con la puntuale rivincita della rivincita. Neppure la solitudine dei campetti frenava l’entusiasmo, grazie alla spinta delle migliaia di tifosi incitanti che idealizzavamo nella nostra testa e che ci accompagnavano in ogni nostro tocco di palla.

“Anche di queste memorie ci si deve nutrire oggi, dove le gesta dei professionisti del calcio servono soltanto da contorno e da riferimento temporale”. Ne è convinto il noto giornalista e scrittore Italo Cucci, intervenuto a “L’Orso in diretta”, la trasmissione radiofonica di Museo Grigio.

Dopo la sua attenta analisi su come l’Alessandria abbia potuto non essere promossa in serie B, Cucci ha sentenziato: “Al grande calcio italiano manca quel romanticismo unico della maglia grigia, che ci riporta a quel calcio piemontese di Vittorio Pozzo che non è solo Juventus o Torino, che non deve essere solo Juventus o Torino. Ci riporta a quella lontana fonderia che seppe costruire icone indistruttibili addirittura del calcio mondiale, se pensiamo a campioni del calibro di di Giovanni Ferrari, partito proprio dall’allora scuola alessandrina per vincere addirittura due Mondiali”.

I giudizi di Cucci come sempre sono in maniera diretta, senza arcaismi o inutili giri di parole. “Soprattutto mi legano all’Alessandria i ricordi di Gianni Rivera. A tenere il filo è soprattutto la nostalgia di un calcio meno frenetico ed omogeneizzato, ancora aperto alla libertà ed all’invenzione personale”.

Il valore della memoria storica nel calcio anche per il direttore per antonomasia del “Guerin Sportivo” è imprescindibile.

“Ancora oggi intorno alla storia di una maglia c’è una strana solidarietà diffusa. Gente che non capisce niente di calcio quando gioca la sua squadra pensa alla maglia con affetto e, se va male, vive la stessa delusione di chi invece di quella squadra sa tutto. Non so se mi riesco a spiegare, ma sono proprio questi momenti che contano, in un rapporto difficile: e allora aspetti la prossima occasione per crederci ed illuderti di nuovo, e pensi che andrà meglio”.

Che ne sarebbe dei campioni sportivi senza il giornalista, colui che ne rende pubbliche le gesta, le analizza, le critica, le “concede” al tifoso? Questo si è più volte chiesto Cucci, pensando alla storia del giornalismo sportivo dall’età di Pindaro sino all’era della globalizzazione mediatica, raccontandolo fra costume e società nell’ambizione di dimostrare il valore democratico e culturale della stampa sportiva, andando oltre alle vitali e necessarie polemiche fra allenatori, giocatori, direttore sportivo e pubblico. “La “felice Italia” dei cinquantacinque milioni di commissari tecnici si è evoluta non per le guerre di religione della tattica ma grazie all’opera di alcune maestose firme: Roghi, Brera, Palumbo, Ghirelli, Baretti, Bergoglio, Casalbore, Arpino, Caminiti, esempi immortali di come lo sport possa influire sulla cultura di massa”.

Mario Bocchio