A “L’Orso in diretta” con “Nanu” Galderisi a parlare non solo di Grigi

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Se Giuseppe Galderisi avesse oggi quindici anni, potrebbe solo sognare quello che gli è accaduto nel 1977: arrivare alla Juventus a nemmeno quindici anni ed entrare a far parte del vivaio bianconero. Due anni e mezzo dopo esordiva il 9 novembre entrando al 60′ di uno scialbo 0-0 tra Perugia e Juventus.

Oggi una storia come quella di Beppe Galderisi sarebbe solo un’utopia: rimbalzato dagli Allievi alle squadre di Eccellenza o di serie D, nella speranza di essere quello che farà il salto di qualità fino in serie A.n_juventus_altri-5041344

Per giunta Giuseppe non era neanche alto, quindi fuori dai target odierni che vogliono il calciatore alto, ad iniziare dal metro e ottanta in su.

Oggi “Nanu” Galderisi allena la Lucchese, perciò lo abbiamo avuto ospite nella nostra trasmissione “L’Orso in diretta”, alla vigilia della sfida del “Moccagatta” contro il Grigi.

Una carriera importante – tre scudetti vinti: due con la Juventus e uno, quello storico, con il Verona nel 1985 – per un giocatore che ha avuto come allenatori gente come Trapattoni: “Mi dava certi calcioni dietro la schiena, perché mettevo le braccia sul tavolo quando mangiavamo”. A Verona Osvaldo Bagnoli: “Non parlava molto, ma sapeva leggere le partite come pochi”.

Quegli insegnamenti li ha portati con sé nella carriera da allenatore: “Prima o poi devo fare il salto di qualità, non ho voglia di vivacchiare”.

Galderisi_golStorie di vita e di passione dietro ad un pallone, raccontate con tanta disponibilità, con nostalgia.

Nasci a Fratte, quartiere di Salerno e da bambino giochi sul campetto in terra di Marina di Vietri.

“Esatto. Sono stato scoperto da Enzo Campione, che in quegli anni era uno dei dirigenti più apprezzati, sia umanamente che calcisticamente. E’ il mio secondo padre anche se lo chiamo fratello: mi è sempre stato vicino, prendendosi tutti i rischi del mondo portandomi via dalla Frattese”.

Fermiamoci un attimo perché c’è un episodio inquietante dietro il tuo addio alla Frattese.

“I tifosi della Frattese stessa non la presero bene che io andassi via, al punto che Enzo rischiò anche di essere picchiato per questa cosa. Ero un ragazzino, appena rientrato da Trecasali in provincia di Parma dove la mia famiglia si era trasferito da dieci anni, facendo le medie a Salerno. Il primo anno l’ho fatto a Fratte, poi mi sono trasferito a Vietri con i rischi del caso per Enzo e a dodici anni feci il provino per la Juventus dove a vedermi c’erano Cestmir Vycpalek e Zeman”.

Giuseppe-Galderisi-300x231Galderisi in Nazionale, ai Mondiali in Messico nel 1986. Italia-Argentina 1-1.

 

Tornato da Parma diventi “Peppe o’ parmense”.

“A Trecasali mi avevano dato il nomignolo di “ciccillo”. Arrivato a Salerno, un po’ la cadenza della voce e un po’ altri aspetti, mi hanno dato questo soprannome, accogliendomi nella loro famiglia. A quei tempi si viveva molto la strada, si giocava solo lì e il fatto che giocassi bene mi ha aiutato sicuramente in tante cose”.

Così a 14 anni ti trasferisci alla Juventus e hai definito l’esperienza in bianconero: “una palestra di vita”.

“Credo che la Juventus sia stata una seconda madre sotto tutti i punti di vista, migliorandomi calcisticamente con tutti gli allenatori che ho avuto. Ma soprattutto credo, avendo avuto a quindici anni la fortuna di trovarmi in prima squadra con giocatori che prima di tutto erano uomini e professionisti modello: potrei citarti i nomi dei primi che mi vengono in mente come Furino o lo stesso Zoff, che la Juventus mi ha insegnato tanto in campo, ma soprattutto fuori. Quando si dice lo stile Juventus si intende anche questo. Mi hanno insegnato a crescere, a diventare uomo, anche con qualche scappellotto come lo chiamava Trapattoni, ma in fondo volendomi tanto ma tanto bene e quando c’era qualcosa da pretendere per me, andavano loro, io avevo quindici anni e non potevo andare: così andavano Zoff o Furino, insomma gli uomini spogliatoio. A sedici anni ho esordito e non dimenticherò mai i loro insegnamenti, dandomi il bastone quando c’era da migliorarmi, la carota quando c’era da coccolarmi. Boniperti mi ha cresciuto in mezzo a tanti ragazzi che come me avevano il sogno di diventare calciatore”.Galderisi

Ci puoi raccontare qualche episodio accaduto con Boniperti?

“Quando c’era da andare a discutere di contratto c’erano i vari Furino, Bettega, Zoffi che mi davano dei consigli: quando sei lì – mi diceva – tu parla il meno possibile, quando ti dice la cifra, tu devi dire di si. Ricordo che avevo diciotto anni e dovevo fare il mio primo contratto da professionista ed entrai nello studio di Boniperti: non ho assolutamente parlato, ma non c’era bisogno, Boniperti sapeva quello che doveva fare. Non ti nascondo che in quel periodo la mia famiglia non navigava in buone acque e qualcosina in più che potevano dare a me, la giravano direttamente alla mia famiglia: questa è la dimostrazione di ciò che ti dicevo prima e di quello stile Juve così inconfondibile”.

Si dice che Boniperti fosse un po’ tirato sui compensi: ingaggi bassi, ma premi partita alti.

“Era molto tirato. Ero in camera con Paolo Rossi dopo i Mondiali ed era il periodo che lui, Tardelli e Gentile non giocarono alcune amichevoli estive perché non c’era l’accordo economico. Poi la soluzione si trovava sempre. Devo dirti che non prendevo un ingaggio elevato: intorno alle quarantamila lire di allora, duecento le mandavano ai miei”.

I calci dietro la schiena di Trapattoni?

“Questo succedeva i primi tempi che ero a Torino e mi capitava di poggiare le braccia sul tavolo. Il Trap mi vedeva e avvicinandosi da dietro e mi dava un calcetto per farmi rimanere composto”.

Altri episodi?

“C’erano Zoff e Scirea che mi avevano preso sotto la loro tutela e ogni venerdì sera mi invitavano a cena da Mauro a Torino, rigorosamente con le loro mogli, a capotavola. Quindi immagina il mio comportamento che doveva essere ancora più rigoroso per non fare una brutta figura di fronte a loro che mi volevano così bene. Ero più concentrato con loro in quelle cene che durante gli allenamenti”.

C’è una frase dell’ex giocatore argentino Jorge Valdano: “Ogni volta che respiro l’odore dell’erba del campo, mi ritorna in mente l’infanzia”.

“Devo dire che quando ho smesso di giocare, avevo trentasei anni, venivo dagli Stati Uniti, ho continuato ad allenarmi perché mi sentivo ancora bene fisicamente e la cosa che mi portava a fare con naturalezza gli allenamenti era proprio questo sapore, questo profumo di spogliatoio, di olio canforato. Penso che un calciatore quando smette, tre cose gli rimangono impresse che non dimenticherà mai: l’odore dell’erba, l’odore dello spogliatoio, il vissuto dello spogliatoio stesso e quell’emozione grazie a qualche giocata, a qualche gol, a qualche vittoria, che dava gioia ai tifosi. Sono cose che quando uno decide di smettere, rimangono dentro. Fortunatamente ovunque sono stato, Torino, Milano – anche se qui ci sono stato poco, era il primo Milan di Berlusconi -, Verona, ho dato tanto e ho ricevuto tantissimo, guadagnandomi il rispetto di tutti, anche se il grande amore della mia vita è la Juventus che è stata l’apripista della mia carriera”.

1987, Milan 0 - Sampdoria 2, occasione di Galderisi

Parlando della tua esperienza a Verona, culminata in quello storico scudetto del 1985, descrivendo Osvaldo Bagnoli hai detto che ti ha responsabilizzato.

“Si, lo confermo. Vedi, venivo dalla Juventus dove ero il gioiellino della società, ben voluto da tutti, ma ormai per me le occasioni di giocare si erano chiuse avendo davanti gente come Paolo Rossi – rientrato dalla squalifica per il calcioscommesse -, Tardelli, gli stessi Boniek, Platini. Parlai con Boniperti e gli manifestai la volontà di voler giocare e lui fu d’accordo con me e mi mandò a Verona. Capirai, avevo 21 anni, sentivo quel desiderio e quell’ambizione di dimostrare che potevo essere un protagonista in campo. Arrivai a Verona con questa voglia di dimostrare, non era stato un caso quello che era successo fino a qualche mese prima. Trovai una persona che aveva una lungimiranza che ho trovato in pochi in questo mondo, la gestione dello spogliatoio, l’attenzione nel saper leggere le partite prima che qualcosa succedesse anticipando le mosse, la gestione dell’essere umano stesso, tutte doti racchiuse in Osvaldo Bagnoli. Credo che mi abbia dato quello che serviva a Galderisi in quel momento: la responsabilità di quello che io dovevo fare. Oltre a creare un grande gruppo, vincendo uno Scudetto storico, ho trovato in compagni come Volpati, Tricella, Fanna o lo stesso Marangon, quella spinta giusta nei miei momenti di difficoltà, facendomi voler bene con la giusta umiltà e sacrificandomi per continuare ad inseguire il mio sogno. Il grande aiuto che è venuto da Verona è stata la continua crescita sotto tutti i punti di vista, calcistici e umani, iniziati nella Juventus e Bagnoli è un maestro in questo. Ti parlavo della forza di quel gruppo: pensa che ancora oggi ci incontriamo ogni tanto”.

Hai definito lo scudetto a Verona il successo di Davide contro Golia. Pensi che sia ripetibile una cosa simile nel breve-medio periodo?

“Quante volte ci troviamo con quel gruppo meraviglioso e ci chiediamo la stessa cosa: sotto certi aspetti credo che la cosa possa anche accadere. Quello che abbiamo vissuto noi quell’anno è stata una bellissima magia, però guardando la realtà credo che attualmente sia difficile che un Chievo, un’Atalanta o il Sassuolo, possano vincere uno Scudetto. Tra l’altro, sono andato a rivedermi le squadre che affrontavamo in quella stagione e tutti i più grandi campioni di quel periodo erano in Italia: Maradona, Bertoni, Zico, Brady, Socrates, Francis, Rumenigge, Falcao, Cerezo, Prohaska. Junior. Noi quell’anno partimmo per vincere il nostro Scudetto che era la salvezza: con il passare delle settimane ci accorgemmo che avevamo quel giusto mix che serviva per vincere: la spregiudicatezza del giovane Galderisi, la saggezza di Volpati, l’equilibrio di Tricella, Fanna abbinati a quei due meravigliosi stranieri che erano Elkjaer, uniti ad una bacchetta magica che aveva tra le mani Bagnoli, persona normale – ed era questa la sua bellezza:la sua normalità – è venuto fuori quel Verona che è entrato nella storia del calcio non solo nazionale, ma mondiale. Ovunque vado nel mondo, quando incontro un veronese, mi sembra di conoscerlo: ci abbracciamo come se non ci vedessimo da chissà quanto tempo. Quello che è successo a Verona, almeno dal punto di vista emotivo, mi sta succedendo anche ora. Ancora oggi, da allenatore porto con me gli insegnamenti che ho ricevuto da calciatore e se qualcosa ho rubato a Bagnoli è stato il suo essere un uomo giusto. Quando dai rispetto ed educazione e pretendi quello che è giusto pretendere dai tuoi giocatori, alla fine ti ritrovi degli uomini che fanno il proprio lavoro e lo fanno molto bene. Quello che dico spesso ai miei ragazzi è la conoscenza dell’essere umano: Bagnoli non parlava molto, ti guardava e dentro quegli occhi c’erano mille parole. È fondamentale nel mio ruolo il rispetto, la disciplina e quella complicità che è necessaria. Bagnoli era una persona umile, ma allo stesso tempo molto ambiziosa e questo l’ha portato ad essere un allenatore come pochi”.

Di Trapattoni cosa hai preso?

“Trapattoni, come lo stesso Bagnoli, vengono da una scuola calcistica, antica ma non vetusta: quella del Paron Rocco. Io mangiavo accanto a Cuccureddu, Cabrini, era una sorta di ferro di cavallo e Trapattoni era lì a tre metri. Il suo occhio sempre attento difficilmente si faceva sfuggire qualcosa e quando capitava, ci pensava Cuccureddu a farmi notare i miei errori, quello che era giusto non giusto. Qualche volta veniva Zoff e mi faceva mettere il braccio al posto quando non ero composto a tavola. Trapattoni mi ha insegnato a divertirmi, ad essere modesto, ad essere vincente attraverso la convinzione di quello che si fa. Credo che questi due personaggi – Trapattoni e Bagnoli – mi hanno dato tanto e il mio pensiero prima di addormentarmi va a loro che mi hanno insegnato molto sotto tutti i punti di vista”.

Infine, dopo aver parlato a lungo di grande calcio, ci puoi esprimere un tuo giudizio su quest’ Alessandria?

“Meglio Alessandria, Cremonese o Livorno ? Sono squadre di grande qualità, con giocatori importanti, ma l’Alessandria mi pare più pronta per vincere il campionato”.

Mario Bocchio